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domenica 27 giugno 2010

Thomas Bernhard: "Immanuel Kant"

Il 20 Ottobre si aprirà la stagione di prosa del teatro "Goldoni" di Venezia: ad inaugurarla, una rappresentazione di Immanuel Kant di Thomas Bernhard, per la regia di Alessandro Gassman. Un'ottima occasione per rimettere piede a teatro e per parlare di Bernhard che, come sapete, è uno degli autori che più mi stanno a cuore.
Introducendo il postumo Meine Preise/I miei premi, avevo citato incidentalmente una piéce minore, Die Macht der Gewohnheit/La forza dell'abitudine, per esemplificare lo sguardo straniato e freddamente oggettivo che caratterizza l'intera parabola creativa bernhardiana. Immanuel Kant non si discosta da queste coordinate: notiamo una lingua ricca, che attinge con precisione chirurgica a molti campi semantici, facilmente riconoscibile per la frequente ripetizione di alcuni incisi che, come fossero dei Leitmotiv, conferiscono un senso di coesione ed unità alla materia letteraria.
Bernhard si serve di questo arsenale stilistico per dipingere un'umanità malata, corrotta, intrinsecamente condannata a ripetere infruttuosi schemi di comportamento dai quali non ha mezzi e voglia di uscire. Il risultato è un penetrante realismo psicologico, che nei romanzi si colloca sullo sfondo di una realtà storicamente e socialmente ben definita (l'Austria della seconda metà del novecento), mentre nel teatro si staglia su realtà irreali o quantomeno improbabili, comunque caratterizzate da un grottesco intimamente crudele, tragico ed incline al nichilismo.
Alla luce di queste considerazioni preliminari, diventa chiara la citazione che precede la piéce. Bernhard cita, non a caso, un altro sostenitore della "crudeltà" del teatro, Antonin Artaud: ...ciò non deve significare - dice Artaud - che nel teatro si debba rappresentare la vita. Detto fatto. Dimentichiamoci la rappresentazione stereotipa di un Kant figlio del settecento, perennemente isolato nella sua Königsberg: il Kant di Bernhard viene rappresentato a bordo di un transatlantico, mentre si reca negli USA per ricevere una laurea honoris causa e curare un glaucoma che gli oscura progressivamente la vista. A fargli compagnia, oltre alla moglie, al servitore Ernst Ludwig e ad alcune figure (una milionaria, un collezionista d'arte, un ammiraglio) che certo non si distinguono per lungimiranza ed amore per il prossimo, il pappagallo Friedrich, l'unica entità sulla scena di cui Kant sembra fidarsi ciecamente, dal momento che è l'unico che ne segue le contorte evoluzioni intellettuali.
Kant sfodera una disillusione a tutto campo e demolisce i possibili appigli dell'uomo contemporaneo (la piéce debuttò il 15 aprile del 1978. Caso vuole che fosse l'anniversario della prima di Kabale und Liebe di Schiller!). Il protagonista si confida con il pappagallo Friedrich, segno che degli esseri umani, qui impersonati dal mondo delle accademie, non si fida (perfetto! Fa il paio con le amare considerazioni sull'istruzione obbligatoria di Der Keller/La cantina e con il rifiuto della cultura/evento mondano in Meine Preise); definisce la natura la più grande artificiosità; pur condannando duramente il capitalismo americano, parla di Marx e Lenin al passato, definendoli rispettivamente un buono a nulla e un povero demente e proclamandosi a sua volta - in maniera roboante - socialista vero, reale. Conoscendo la vita di Bernhard, vicino al partito socialista austriaco dal quale poi si dissociò, si può azzardare che per bocca di Kant parli Bernhard stesso, che si premura di mettere in guardia dall'ancorarsi a saldi punti fermi, siano essi una cieca fiducia nella natura e nel progresso umano o nelle grandi utopie/Weltanschauungen del novecento; tanto meno, pare dire l'autore tramite le velleitarie professioni di fede politica di Kant, ha una qualche utilità aggrapparsi a "terze vie" di stampo socialista-socialdemocratico.
Insomma, Immanuel Kant può essere letto come una parabola nichilista fredda, essenziale nella lingua (ricordo l'assoluta assenza di segni di punteggiatura!) come nei dettagli della messinscena (scenografie scarne, indicazioni di regia limitate allo stretto indispensabile e comunque ascrivibili ad un'impressione generale di forte asetticità). Pur non avendo la forza di quello che a mio parere è il capolavoro del teatro di Bernhard, ovvero Der Ignorant und der Wahnsinnige/L'ignorante e il folle, Immanuel Kant è un lavoro che vale la pena di essere preso in considerazione. Peccato che sia difficile, se non impossibile, trovarne una traduzione italiana. Per fortuna che, a parziale riparazione, interviene la messinscena di Alessandro Gassman: date le premesse, credo che varrà il prezzo del biglietto.

mercoledì 19 maggio 2010

Un'intervista di Thomas Bernhard

Un'intervista degli ultimi anni di Thomas Bernhard, dal titolo Die Ursache bin ich selbst (Io stesso sono la causa). Krista Fleischmann, 1986




domenica 9 maggio 2010

Il radiodramma tedesco: Ilse Aichinger, "Knöpfe"

Vi avevo anticipato che qualcosa bolliva in pentola e vi avevo detto che la germanistica sarebbe stata un ingrediente importante di ciò che sarebbe venuto fuori. Che però la mia passione per la cultura tedesca potesse cortocircuitare con quella per la radiofonia, lo ammetto io stesso, era cosa assai improbabile. Eppure, chissà perché, buona parte del fascino esercitato su di me da lavori come Biedermann und die Brandstifter di Frisch viene proprio da lì, dal magico mondo del radiodramma.
Quella del radiodramma è una realtà che in Italia è al giorno d'oggi poco conosciuta: fanno eccezione in questo senso le piéces radiofoniche trasmesse dalla retrò, e per questo pregevolissima, Rai del Friuli Venezia Giulia. Nel mondo culturale tedesco, al contrario, il radiodramma è un genere che gode di un certo seguito. Lo dimostrano non solo i palinsesti delle emittenti radiofoniche in lingua tedesca (Hessischer Rundfunk, Westdeutscher Rundfunk, la svizzera DRS 2 ed altre inseriscono regolarmente radiodrammi nella loro programmazione), ma anche l'esistenza di una community, www.hoerspielprojekt.de, in cui gli utenti scrivono ed interpretano radiodrammi che poi divengono liberamente scaricabili (se avete tempo e voglia, scaricate da questo sito lo spassosissimo Detektiv Dangerous).
Lungi dal voler scrivere una storia del radiodramma tedesco (cosa per la quale, lo ammetto chiaramente, mi mancano tempo e competenze), segnalerò a partire da questa settimana alcuni radiodrammi che, per un motivo o per un altro, mi sembrano interessanti da proporvi. I post relativi saranno catalogati nella sidebar con l'etichetta Radiodramma tedesco, oltre a quelle Radio, Germanistica e al paese di cui è originario l'autore.
Di chi vi parliamo oggi? Vi parliamo dell'austriaca Ilse Aichinger. Questo nome potrà dirvi poco, però c'è da dire che la Aichinger fa parte dei più quotati autori austriaci del dopoguerra: lontana dalla continuità e dalla prolificità del più noto Thomas Bernhard, la nostra autrice ha fatto parte del famoso Gruppo 47, che la premiò nel 1952; da segnalare che all'interno del medesimo gruppo la Aichinger conobbe scrittore e autore di radiodrammi Günter Eich. I due si sposarono nel 1953: il matrimonio finì nel 1972 con la morte di Eich.
La Aichinger, dicevamo, ebbe modo di cimentarsi con la scrittura di radiodrammi: ne ricordiamo oggi uno del 1953, intitolato Knöpfe/Bottoni. Ne riassumiamo brevemente il plot.
Nonostante si attraversi un periodo di disoccupazione, Ann, la protagonista, trova lavoro in una fabbrica di bottoni. Si tratta di bottoni di insolita qualità, che portano nomi umani e vengono venduti a caro prezzo. La fabbrica di bottoni, un ambiente in cui le impiegate amano il proprio monotono lavoro, è uno scenario inquietante: Ann viene infatti turbata da un rumore misterioso che si sente dietro le pareti.
Senonché, cosa succede? Un giorno una lavoratrice non viene più al lavoro e, subito dopo, compare un nuovo bottone...
Nella miglior tradizione del Tonno che fuma non accenno oltre. Lascio a voi lettori la possibilità di ascoltare l'intero radiodramma nella versione prodotta da DRS 2 nel 1974 (questo è il link).
Come inquadrare Knöpfe? A che corrente ascriverlo? Non direi Vergangenheitsbewältigung, ovvero quella parte della scena culturale tedesca che si interrogava sulle atrocità del nazismo e della guerra: difficile trovarne traccia in questo radiodramma, anche perché sarei portato a vedere il radiodramma più come genere di evasione che come veicolo di riflessioni e considerazioni profonde (sebbene gli esempi di questo segno, come i lavori di Helmut Heisenbüttel, non manchino). Realismo? No, non direi. Parlerei piuttosto di "realismo magico": l'atmosfera che si respira lungo tutto il radiodramma è strana, avvolta da un alone di mistero che nella versione di DRS 2 è ben sottolineata dall'inquietante rumore (sembra quasi il sonoro di un ufo!) che si sente in molti momenti della rappresentazione (che, per via delle indicazioni della scrittrice, è difficile immaginare durante la lettura della sceneggiatura come un continuum, un bordone che accompagna continuamente gli avvenimenti).
Bello, questo radiodramma. E pensare che la Aichinger è stata, dopo Wolfgang Borchert, il secondo autore che ho incontrato nel mio percorso universitario: a suo tempo non riuscivo a cogliere la bellezza della sua scrittura e mi limitavo a tradurre letteralmente un suo breve racconto, scritto, se non ricordo male, nel 1947. Non che ora traduca meglio, intendiamoci, ma ho un po' di esperienza in più, quel tanto che basta per accedere in modo abbastanza agevole a risorse bibliografiche interamente in lingua. Tanto basta a rendersi conto della bellezza, o quantomeno dell'interesse che può suscitare un prodotto letterario. Per fortuna che è così, visto che la produzione della Aichinger, a quanto mi risulta, non è disponibile in traduzione sul mercato italiano. Un vero peccato. Io stesso mi ero procurato per puro caso il testo di Knöpfe vicendo un'asta su Ebay e facendomi spedire dalla Germania un volumetto usato della casa editrice Fischer, proprio quello che avete visto nella foto all'inizio del post. Più vado avanti e più mi convinco che quell'asta Ebay, a cui ho partecipato più per noia che per altro e che ho vinto per caso, in realtà è stata un'occasione preziosa per accedere a generi letterari di cui sapevo a malapena l'esistenza e di cui non sospettavo minimamente le potenzialità.
Spero di avervi lanciato qualche spunto. La serie continuerà: se nel frattempo avete qualche critica o suggerimento, oppure volete iscrivervi alla newsletter del Tonno che fuma, potete scrivermi una mail all'indirizzo che da oggi è visibile nel frame laterale.
Una notte serena a tutti!

martedì 20 aprile 2010

Ancora Thomas Bernhard. "Meine Preise"

Qualche mese fa avevo parlato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard riferendomi ad uno dei suoi romanzi autobiografici, Der Keller/La cantina. Ritorno oggi a parlare di questo scrittore e a parlare di un suo lavoro scritto tra il 1980 ed il 1981, uscito di recente per Suhrkamp ed edito in Italia da Adelphi: Meine Preise/I miei premi.
La prosa di Bernhard si riconosce non tanto per le numerose ripetizioni (che ben conosce chi ha letto La cantina o i lavori teatrali, come Die Macht der Gewohnheit), quanto per la sua asettica essenzialità, che permette all'autore di (ri)evocare molte situazioni, di giudicarle con distacco e di trasmettere al lettore questa sensazione di straniamento, rafforzata da valutazioni critiche ai limiti del caustico. Una scelta di campo forte, che trova riscontro in tutta la produzione di Bernhard e comporta l'adozione di precisi moduli stilistici (gran parte del teatro di Bernhard, se non la sua totalità, è scritta alla maniera del teatro documentario brechtiano, che annovera tra i suoi seguaci anche pezzi da novanta come Peter Weiss e Die Ermittlung/L'istruttoria).
L'aspetto "documentario" e straniante della personalità di Bernhard gli ha procurato la diffidenza di molti lettori austriaci, specialmente di area conservatrice, che lo accusavano di essere un Nestbeschmutzer (letteralmente, colui che lorda il nido) che gettava discredito sull'Austria e sulla sua immagine nel mondo.
Sono reazioni che non condividiamo, ma tutto sommato comprendiamo. Quella dipinta da Bernhard è una realtà reazionaria ed asfittica, ove le voci di dissenso o comunque "diverse" vengono tollerate a fatica e, pur ricevendo il riconoscimento formale delle autorità - appunto sotto forma di premio - ne subiscono la sostanziale diffidenza. Impossibile che una situazione del genere venga taciuta da un attento osservatore come Bernhard, che finisce inevitabilmente per essere una voce scomoda alle orecchie di chi preferisce chiudere gli occhi davanti ai problemi della società.
Con questo non voglio dire che Bernhard sia esclusivamente un autore di denuncia, o peggio ancora uno scrittore impegnato: le posizioni di Bernhard riflettono al contrario una posizione lontana dal riconoscersi in questo o in quel partito, una posizione eccentrica ai limiti della misantropia. Una misantropia che, si badi, non esclude - e anzi richiama dialetticamente - un'acuta sensibilità antropologica, sempre in grado di cogliere i meccanismi che muovono il singolo e di smascherarne le ipocrisie.
Si coglie quindi una profonda disillusione nei confronti della realtà. Possiamo perciò dire che disillusione e critica alla società austriaca sono i binari entro cui si muove Meine Preise/I miei premi. Questo libro è una lettura, come accennavamo sopra, essenziale, ma non per questo scarna o arida. Al contrario, Bernhard si fa leggere tranquillamente e porta alla riflessione senza incappare in nessuna retorica intellettuale o atteggiamento da filippica. Veniamo posti davanti ad un quadro tratteggiato in modo sintetico ed efficace, che ci porta a riflettere e a riconoscere che società come quella austriaca degli anni '60-'70 non sono poi distanti da quella attuale: al contrario, l'estremo individualismo e l'atomismo che la regolano sono sempre gli stessi. Qualche risata questo libro ce lo può strappare, ma è un riso amaro, il riso di chi coglie il ridicolo dell'ufficialità e della pomposità autocelebrativa ed ostentata.
Insomma, concludo dicendolo in termini volgarmente facebookiani: al Tonno che Fuma piace questo elemento.

martedì 1 dicembre 2009

Thomas Bernhard: "Der Keller. Eine Entziehung"

Vi confesso che stamattina ero partito con l'idea di scrivere un post su Heinrich Böll, nome di indiscussa importanza nella letteratura tedesca del secondo dopoguerra. In questo periodo leggo a tempo perso alcuni lavori (per lo più racconti e saggi) della sua produzione negli anni '50, sia in tedesco che in traduzione italiana, con il progetto di cominciare, più prima che poi, il capolavoro Gruppenbild mit Dame-Foto di gruppo con signora.
Invece faccio una cosa che mi è saltata in testa poco fa: di Böll parlerò più avanti, mentre oggi vi intratterrò con un breve articolo su Thomas Bernhard. In particolare mi soffermerò su uno dei suoi lavori autobiografici, Der Keller. Eine Entziehung-La cantina. Una via di scampo, uscito nel 1977 e disponibile in tedesco per i tipi dell'onnipresente DTV, mentre la traduzione italiana è stata pubblicata da Adelphi.
C'è da dire che in Italia si sono occupati di Bernhard nomi di rilievo, da tempo presenti nel mercato editoriale presso editori come Adelphi, Einaudi, Mondadori. Dando un'occhiata ai nomi di traduttori e curatori spiccano infatti, oltre a Andreina Lavagetto (traduttrice per Einaudi di Rilke e Kafka), a Eugenio Bernardi (presenza importante della germanistica italiana negli ultimi anni. È lui il traduttore del libro di oggi) e a Anna Maria Carpi (che ha tradotto Nietzsche ed Enzensberger e ha scritto su Grimmelshausen e Kleist), anche Luigi Reitani e Claudio Groff, cui il Tonno ha accennato tempo addietro (post su Reitani e post su Groff).

Venendo all'oggetto del post, La cantina è un lungo monologo autobiografico: un'adolescenza difficile, caratterizzata soprattutto da una pesante insofferenza verso la scuola, che inserisce il singolo in un meccanismo (questa l'espressione usata da Bernhard) mortale, incapace di svilupparne le potenzialità.
Un giorno, improvvisamente, l'autore compie una decisione fondamentale nella sua vita: lascia la scuola e decide di andare a lavorare come apprendista in una cantina dello Scherzhauserfeld, il Bronx di Salisburgo, che il commerciante Karl Podlaha ha deciso di adibire a negozio di alimentari. Bernhard viene a contatto con una realtà sociale, quella dello Scherzhauserfeld, degradata e degradante, che brama costantemente l'ascesa sociale: un'ascesa non arriva mai e che deve scontrarsi con l'indifferenza e l'ostilità da parte dei quartieri borghesi di Salisburgo.
La via di scampo dalla scuola diventa perciò per Bernhard una grande palestra di vita, in cui imparare a conoscere e a comunicare con la gente, divisa tra desideri, frustrazioni, aspirazioni: insomma, la cantina di Karl Podlaha rappresenta la fonte da cui scaturisce il materiale che poi diventerà la base imprescindibile del lavoro letterario.

Forse si è già capito, ma ci tengo a ribadirlo: questo autore mi incuriosisce molto. Per meglio comprendere questa importante figura del novecento letterario tedesco e non solo, vorrei leggere due saggi. Il primo è di Aldo Gargani e si intitola La frase infinita. Thomas Bernhard e la cultura austriaca (Laterza, 1990): a leggere le recensioni, pare si tratti di un saggio che contestualizza la figura di Bernhard all'interno del clima culturale austriaco e tedesco. Il secondo è un titolo più specifico scritto dal già citato Luigi Reitani, Thomas Bernhard e la musica (Carocci), intrigante per più motivi: innanzitutto la musica, a quanto pare, costituisce un motivo ispiratore molto forte per Bernhard (Der Untergeher-Il soccombente, per citare l'esempio più eclatante, è incentrato sulla figura del sommo Glenn Gould). E poi, come qualche lettore probabilmente saprà, la musica è per il Tonno non un semplice interesse ma un profondo amore, diciamo pure - credo di non adoperare un'iperbole - l'amore della vita.

[voce da speaker degli anni '60] Come andrà a finire con Thomas Bernhard? Cosa mai verrà fuori dal confronto con questa figura? Lo scoprirete nei prossimi deliri de... Il Tonno che fuma!

E ora, consigli per gli acquisti.