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lunedì 4 luglio 2011

Coffee & Cigarettes


(questo post è apparso, in forma leggermente diversa, su Gruppo Abeliano)

Mi pare financo impossibile: sono mesi che non riesco a prendere in mano quanto vorrei la pipa o il sigaro. E si che sono il Tonno che fuma! Molte effigi mi ritraggono con una pipa in bocca, intento a tirare voluttuose boccate di un buon tabacco, magari mentre guardo con sguardo compiaciuto ma complessivamente disinteressato una simpatica sirena che staziona languida sugli scogli, ammiccando agli astanti.
Vi piacerebbe! E invece no, tiè, mi vedete seduto in poltrona mentre rollo compulsivamente qualche sigaretta.
Vengo dalla pipa, vengo da ambienti umidi e perciò mi piacciono tabacchi molto umidi. Che so, tipo il Golden Virginia verde. So già cosa state pensando: che cartine usi? Non le cartine Bravo, che io trovo "cartose", ma le più trasparenti e leggere OCB nere. Capirai, il fumo non sarà molto più buono, né tantomeno più sano, ma almeno la sigaretta non mi si incolla alle labbra come se avesse il Bostik.
A parte il fatto che si vede che non sono fatto per rollare le sigarette, ché ogni volta viene un aborto indicibile, quella della sigaretta è una dimensione che non mi appartiene. La sigaretta è veloce, compulsiva, fuori una dentro un'altra: gli italiani dicono che si fuma come un turco o come una ciminera, mentre i tedeschi dicono che si è Ketteraucher, fumatori a catena. Ecco, l'immagine del fumatore a catena non è la mia. Di solito fumo affondato nel divano e nei miei pensieri, magari sorseggiando una bella grappa Poli 50° e ascoltando un bel vinilazzo di cantate di Bach, o una radio un po' demodé che mi tiene fedelmente compagnia. Magari con la pipa che mi sono regalato per natale due anni fa. No, quest'anno non ci riesco.
La pipa chiede attenzione e tempo. Quest'anno mancano l'uno e l'altro. La verità è che forse mi manca il terreno da sotto i piedi, mi ritrovo catapultato in sfide che sento mie fino ad un certo punto. E poi la pipa, che per me è più fedele di uno specchio, mi farebbe capire che sto attraversando un periodo nervoso: a modo suo, chiaro, spegnendosi di colpo, riaccendendosi e scaldando il fornello con inusitata violenza. E quindi ripiego sulle meno impegnative sigarette rollate a mano. Toh, pensa, perfino il mio vate Günter Grass se le rollava a mano in un qualche periodo della sua vita, mentre scriveva il Tamburo di Latta Gatto e topo, ha pure scritto un racconto che si intitola Rollata a mano. Ma non ho bisogno di illustri predecessori per giustificarmi: ogni periodo ha i suoi piccoli vizi e le sigarette, nella loro caducità, sono il traslato, quasi il correlativo oggettivo di un periodo di instabilità.
Non riesco persino a leggere letteratura, proprio io che la letteratura la studio di mestiere. Ho bisogno di altro, leggo altra letteratura, comincio a fare un po' di traduzioncine (v. post precedente) e pian piano entro pure nel mondo della filosofia, pur a passi tardi e lenti. Diamine, dev'essere proprio una metamorfosi! Se sto lasciando da parte i miei punti di riferimento germanistici per andare a leggere qualcosa di diverso o di più ampio respiro, vuol dire che ho bisogno di nuovi strumenti. E se ho bisogno di nuovi strumenti, vuol dire che per il momento sono a secco di idee nuove. E se sono a secco di idee nuove, fumo cicche rollate a mano. E quindi, sigaretta rollata=bisogno di idee? Si, può essere.
Sicuramente le sigarette segnano i miei periodi di transizione, che sono instabili per definizione ma mi riempiono di progetti, appunti, benzina per andare avanti. La pipa invece domina nei momenti di stabilità, più solidi ma anche un po' sonnolenti, fermi. È una dialettica continua: instabilità-stabilità, sigarette-pipa. Con tutto il bene che voglio alla pipa, ogni tanto ho voglia di sigarette.
Perché ho voglia di vivere fino in fondo anche la precarietà del mio cambiamento.

lunedì 6 settembre 2010

Davidoff Scottish Mixture: note sparse

Dopo lunghi mesi "monotematici" dedicati al Black Parrot e ai Romeo y Julieta, ho deciso di ritornare al "fumo delle origini", a quei tabacchi che avevano accompagnato i miei primi e malfermi passi nel mondo della pipa.
Come del resto è successo a molti, all'inizio mi attraevano il Clan (alzi la mano chi non è stato stregato dalla sua room note dolciastra) e, su questa falsariga, i tabacchi che a vario titolo potevano rientrare nel grande calderone degli aromatizzati: allora i pipaforum erano la mia bibbia del tabacco e, leggi di qua leggi di là, avevo scoperto l'esistenza di una miscela che molti indicavano come adatto a chi, cultore dell'aromatizzato, voleva fumare tabacchi non aromatizzati senza uscire più di tanto dal proprio recinto. Fu così che decisi di andare dal "pusher" di fiducia a prendere una latta del tanto decantato Davidoff Scottish Mixture. All'epoca mi piacque, tant'è che dedicai una pipa, una "woodstock" Savinelli degli anni '70, appositamente a quel tabacco: lo fumavo volentieri, anche se sapevo che rendeva la pipa un tantinello troppo dolce... (per la cronaca, ricordo ancora di aver provato una carica di Amphora verde in quella Savinelli la cui radica era evidentemente impregnata degli aromi del DSM: sembrava di fumare una tazza di cappuccino).
Da allora ho passato altre fasi "degustative" dove gli aromatizzati erano completamente esclusi (nell'ordine: EM con molto Latakia, Italia, EM con molti orientali, miscele al perique). Giorni fa mi è saltato però l'uzzolo di riprovare il Davidoff Scottish Mixture, confidando nel fatto che l'esperienza maturata nel tempo mi facesse scoprire sfumature che prima non potevo cogliere. Pipa prescelta è stata la Gigi FLP, che avevo dedicato prevalentemente all'Italia.
Ero partito con qualche bel ricordo e con tutte le buone intenzioni del caso, ma non sono riuscito a fumare questo tabacco per più di una ventina di minuti. A stufarmi non è stato solo l'abboccato, decisamente senza sorprese e contrassegnato da una nota alcolica e acidula tanto vaga quanto fastidiosa, ma anche la nausea che mi ha suscitato. Avete presente la nausea da troppi dolci, che rende la digestione una dolente via crucis verso l'agognata liberazione intestinale? Ecco, proprio quella. Niente di drammatico, per carità, tutto si è risolto con una tazzina di amaro caldo, ma ne facevo volentieri a meno.
Come analizzare questo ritorno non proprio eccellente? Nel caso specifico, aver fumato in una pipa dedicata all'Italia può aver contribuito a rendere più monodimensionale un tabacco di per sé non eccessivamente complesso (rendendolo identico al "fratello" Davidoff Green Mixture, miscela notoriamente senza infamia né lode); è anche vero però che fumando in una radica "impregnata" di Italia ci si poteva aspettare che le note dolciastre non emergessero in maniera così smaccata.
Che sia un segno che io e gli aromatizzati non andiamo più d'accordo? Non saprei. Avrei bisogno di fare altre prove e, soprattutto, dovrei provare altri tabacchi della stessa razza per emettere un giudizio più articolato. Devo però ammettere che questa prova mi ha deluso: se il risultato di una fumata dev'essere per forza  la nausea, anche solo un filino, tanto vale che non mi ci metta nemmeno. Per me l'unico punto fermo è che il fumo è un piacere e tale deve rimanere: se per giudicare in maniera compiuta bisogna per forza passare per le forche caudine gastriche, tanto vale che rinunci allo pseudo-rigore del degustatore della domenica e faccia rotta, una volta per tutte, verso lidi tabagiferi per me più appaganti.

sabato 12 giugno 2010

Perché le Savinelli non mi piacciono più

Quando da piccolo passavo davanti alle vetrine dei tabaccai rimanevo sempre con la bocca aperta; era chiaro sin da allora che la pipa esercitava su di me un fascino magnetico che, se da un lato mi avvicinava al mondo dei "grandi", dall'altro rappresentava qualcosa di più di un semplice strumento da fumo. Senza nemmeno sapere di cosa si trattava, imparavo a memoria i nomi dei marchi esposti: gli accendini Zippo, le pipe Ser Jacopo, Mastro de Paja, Dunhill e, un nome su tutti, Savinelli. Tanto lo vedevo ricorrere che per me dire "pipa" e dire "Savinelli" era come dire la stessa cosa.
Qualche anno più tardi, deciso a provare l'ebbrezza della radica e scartata l'idea della pittoresca - ma apparentemente poco affidabile - pipa di pannocchia, chiesi al tabaccaio proprio una Savinelli da battaglia, una bent billiard che più classica di così proprio non si poteva. I primi tempi mi sentivo un dio e non facevo tanto caso all'oggetto pipa, preso com'ero da pensieri quali Cazzo, finalmente ho una pipa dopo tanti anni che volevo provare e Evviva, finalmente potrò fumare tabacchi alla ciliegia e alla vaniglia (...si, erano proprio altri tempi). Progredendo nella mia scoperta di questo magnifico e multiforme mondo, messo leggermente in secondo piano l'aspetto "degustativo" ho incominciato ad interessarmi al lato estetico dell'oggetto-pipa.
Prendevo spesso in mano la Savinelli da combattimento. La osservavo attentamente alla ricerca di qualcosa che catturasse la mia attenzione: si, bella, assomiglia a quella di Magritte, ma... non sapevo cosa non mi convincesse. Nel frattempo i mesi passavano, i gusti si affinavano e andavano in direzioni diverse. Le cose non cambiavano, anzi. Alla fine no, la pipa proprio non mi convinceva più. Siccome mi dispiaceva che rimanesse "ferma", la regalai ad un carissimo amico che voleva imparare a fumare. 
Nel frattempo non ero rimasto fermo con le acquisizioni, e anzi, perseveravo ad acquistare Savinelli, ancora attratto dai miei atavici luoghi comuni. Piano piano però cominciava a diffondersi a tutte le Savinelli che avevo tra le mani lo stesso sentimento di No, non ci siamo che avevo avuto con la prima. E si che avevo pure una Standing e una Punto Oro (punzonatura a 4 cifre dei bei tempi andati), che insomma, non saranno state grandissime pipe ma erano pur sempre meglio delle entry-level da venti euro: no, niente da fare.
Oramai ogni volta che passavo davanti ai tabaccai veneziani con Savinelli in vetrina non riuscivo a trattenere un certo fastidio ed era perciò evidente che i miei problemi riguardavano il rapporto col marchio e non con i singoli articoli. Ho provato a chiedermi il perché di questo mio cambiamento di gusti, giungendo ad una serie di conclusioni di cui vi rendo partecipi. 
Primo: ho notato materiali e tecniche apparentemente di scarso livello. Chiaro, non si pretendono radiche fiammate sulle serie Oscar, ma anche su certe  pipe  a tiratura limitata ho trovato radiche non sempre eccezionali, con quello stucco che sembra dirti Sulle prime non mi vedi ma poi quando mi vedi ti mordi le dita perché è tutto pieno di pezze e ti ho fregato. Non parliamo poi della verniciatura che, va bene che parliamo di pipe industriali, ma converrete che vedere una pipa trattata come una mela caramellata, con quell'effetto specchio vorrei ma non posso, non è proprio il massimo.
E poi, gli shape. Ultimamente trovo le interpretazioni di Savinelli da 6+. Fossi un insegnante di italiano che commenta un tema, direi che l'alunno è rimasto dentro la traccia e ha avuto qualche spunto che però non è riuscito a sviluppare (aggiungo: qualche imprecisione ortografica). Mi sembra in altre parole di trovarmi davanti ad un prodotto da mera sufficienza, che non va oltre alla banale riproposizione del capostipite. Che so, ci fosse una veretta, una forma del bocchino un tantino meno goffa... il massimo che ho visto è il ricorso al bocchino in metacrilato dai mille color, alla maniera delle pipe di Croci, che francamente reputo un pugno su un occhio (confesso che la mia Standing, che avevo acquistato in un momento di profonda rabbia giusto per dire "butto via i soldi", apparteneva a questa categoria). Ma non basta un bocchino a fare bella una pipa dove già la radica è lavorata in modo poco soddisfacente. 
Altra cosa che non mi va giù è l'aggiunta, in alcune serie  di particolari che con la pipa hanno ben poco a che fare e sconfinano nel peggior kitsch: vada per la veretta in argento, ma che senso hanno la ghiera antivento o i diamanti incastonati nella radica,  o peggio ancora la foderatura in cuoio, che stanno alla pipa come un pinguino ai tropici? Quando si dice che il peggio non è mai morto...
Tirando le somme, sembra di trovarsi davanti alle chitarre da trecento euro che si vendono nei negozi di musica. Strumenti ottimi per "sbirciare" e cominciare, ma nettamente inferiori dal punto di vista funzionale e ancora di più da quello estetico: tavole armoniche con un dito di vernice a spruzzo, palette che si rendono ridicole nel tentativo di imitare un disegno Ramirez, Fleta o peggio ancora granadino... insomma, un delirio. 
Continuando con questo paragone, mentre nel campo delle chitarre, generalmente, se vai sui 1000 euro già trovi qualcosa di sensibilmente migliore rispetto agli strumenti da 150, che è un prezzo onestissimo per cominciare, con Savinelli questo non succede. Mi è capitato di vedere pipe Savinelli vendute a 200/250 euro - cifra abbastanza ragguardevole - che però non si distanziavano in modo netto, se non nella confezione e in altri dettagli di poco conto, dalle gamme entry-level. I motivi li ho analizzati poc'anzi.
Per carità, lungi da me il dettar legge, anzi, se non siete d'accordo ditemelo esplicitamente, ne sarò ben contento e sarà occasione per un sano confronto. Devo dire però che mi trovo abbastanza "saldo" in queste mie recenti considerazioni savinelliane.

giovedì 10 giugno 2010

Breve chiosa sul Black Parrot

Ammazza, da quanto tempo non parlavo di pipa! Eh si, come ebbi modo di dire tempo addietro il tempo è tiranno e lo spazio per i frizzi e i lazzi, non ultimo il fumar lento, è veramente poco... al massimo ci scappa di tanto in tanto una Gitane Caporal, che comunque è sempre meglio di niente e ben si presta a spezzare l'avvilente tran tran quotidiano fatto di continua spola tra casa e officine da studio (conservatorio, università, biblioteche...).
In quest'ultimo periodo il tabacco che più ho avuto occasione di sfumacchiare è il Black Parrot. Un tabacco bello umido, come ci si aspetta da un broken flake; un miscela tosta, che ben si adatta a pensose e semicoscienti fumate post-prandiali. Inutile specificare che dati i miei trascorsi di abbondante acquerugiola (che ci volete fare? Da buon Tonno il mio elemento è l'acqua!) non ci ho pensato due volte a fumare il Black Parrot su di una pipa dritta, la mia Viprati che tante gioie mi sta regalando e di cui vi parlai durante le ultime feste natalizie.
Più volte mi sono chiesto, aprendo la latta di Black Parrot, cosa mi ricordasse l'intenso odore che fluiva copiosamente: the? Nah, non direi, o almeno, non in modo caratterizzante. Uvetta? Hm, meglio, può essere. Pomodori secchi? Fuochino. Mai però che riuscissi a capire dove mi portava questo aroma così intenso... senonché, dopo una degustazione per così dire alquanto prosaica, ho avuto un'epifania che ha sciolto l'arcano. Ecco cosa mi ricordava l'aroma del Black Parrot: il confetto Falqui! Con questo non voglio dire che il Black Parrot faccia cagare, al contrario, è un tabacco secondo me di razza... ma magari vuoi vedere che nel Falquilax mettono etti di Perique?
Archiviati questi colpi di genio, torno a bomba sul tabacco e sulla sua resa in fumata. Come dicevo, ci troviamo davanti ad un broken flake. Nel caricarlo lo sminuzzo ulteriormente rispetto a come lo trovo nella latta, e pazienza se ci metto due minuti in più: personalmente riesco a fumarlo come si deve e ad apprezzarlo solo così. Quanto poi alla composizione, è evidente alla fumata che il Perique, questo tabacco presente ai limiti del piccante, ricopre nel blend un ruolo di primo piano: sconsiglierei questo tabacco come tutto-giorno e, come accennavo qualche riga fa, lo fumerei a stomaco rigorosamente pieno. Dirò di più, me lo sono goduto mentre, affondato nella poltrona di pelle rossa, mi lanciavo in letture meditabonde ed arzigogolate (passi dall'Adone del vituperato Marino, i misconosciuti Stigliani e Tesauro e quel povero Cristo di Ciro di Pers, il cui Orologio a rote è sempre per me fonte di godimento puro). Non mi esprimo sulla variazione del rendimento in base alle dimensioni del fornello, in quanto la mia latta da 100 gr è andata integralmente a finire nel fornello della Viprati. Ammetto del resto che nel mio parco pipe non ci sono presenze adatte all'uopo, dal momento che le poche presenze decenti sono dedicate ai trinciati cosiddetti naturali o alle EM pesantemente latakiose (ultime buste di Sobranie centellinate con parsimonia, Black Mallory, saltuariamente il Red Rapparee).
Ecco, ho accennato fugacemente al problema della latta da un etto: se volete provare questo tabacco può essere sconveniente prendere un barattolone king size... ma che ci vogliamo fare, è il difetto di altri prodotti di casa Ashton e di tutta la serie Timm (250 e 1000 solo per citare quelli che mi vengono in mente). Se però, guarda caso, siete disperati e non sapete cosa fare di quelle latte di Black Parrot che non riuscite a finire... beh, siate altruisti e buttatele a mare, perché ci sarà un Tonno disposto a prendersene cura al posto vostro!

lunedì 15 febbraio 2010

Bill Bailey's Balkan Blend: quando "tabacco" si scrive con quattro B


La sessione d'esami è finita. D'accordo, tempo per riposarsi non ce n'è, ma c'è un po' più di testa libera per cominciare a pensare a qualche tabacco da inserire nelle mie fumate. E così, dopo averne tanto sentito parlare qua e là, ho deciso di comprare una latta di Bill Bailey's Balkan Blend, che d'ora in avanti chiamerò per comodità BBBB.
Il motivo è presto detto: in questi ultimi due/tre mesi ho fumato quasi esclusivamente Italia (Kentucky, Virginia, orientali) e Early Morning (Virginia, orientali e Latakia che si sente invero un po' a fatica). Dato che con questi tabacchi mi sono trovato complessivamente bene, ho deciso che le nuove "scoperte", almeno nella composizione della miscela, dovevano mantenere una certa continuità con la mia dieta precedente. Perciò, dopo lunghe serate passate su Tobacco Reviews alla ricerca di qualche prodotto (facilmente reperibile sul mercato italiano, il che restringeva la rosa dei papabili) che potesse fare per me, ho deciso di optare per il BBBB.
Il perché è presto detto. La composizione, almeno a quanto si legge su Tobacco Reviews, parla di Virginia, orientali, Kentucky (fin qui potrebbe essere l'Italia!), oltre a Latakia e ad un tabacco per me insolito, il Perique. Questa forse rappresenta per me la novità più grande: anche se è presente in dosi, sempre attenendomi a quanto leggo, non proprio generose, è per me interessante cominciare a scoprire una parte del mondo delle miscele che per me è ancora buio pesto. La tentazione sarebbe stata di cominciare con un tabacco come il Black Parrot, ma il fatto che il mio tabaccaio di fiducia presentasse gli Ashton in batteria di latte da 100 g mi ha fatto desistere: e se spendessi più di 20 neuri per poi trovarmi tra le mani una cosa che non mi piace? Nah, non se ne parla proprio.
Comunque, tornando a bomba sul BBBB, ho terminato la primissima fumata. Le prime boccate sono state entusiasmanti: la prima impressione è stata quella di aver trovato una cosa diversa dal solito, pur mantenendosi sostanzialmente IMHO nel solco di miscele come l'Early Morning. Devo dire però che il Latakia e le note "nuove" (penso fosse proprio il Perique) sono scomparse dopo poco. Ho sentito prevalentemente il Kentucky e in generale un gusto, come qualcuno scrisse diverso tempo fa su Fumarelapipa.com, che "raspa" in gola.
Insomma, per ora non posso parlare di grande entusiasmo. Diamo però tempo al tempo! I tabacchi, un po' come i pezzi di musica, hanno bisogno di tempo per essere capiti. Ho deciso quindi che inserirò per il momento il BBBB nella mia "dieta", conscio del fatto che il tempo farà si che questo tabacco, nel bene e nel male, si riveli per ciò che è veramente. Restate all'ascolto, amici del Tonno, e ne saprete di più! :D

domenica 17 gennaio 2010

Una sigaretta

Arriva il periodo degli esami e ritorna il nervosismo che inevitabilmente la accompagna. Il tempo per una sana fumata lenta manca e le lunghe pause di studio, ridotte al minimo indispensabile, sono sostituite da qualche sigaretta. Ciò mi porta a fare qualche breve considerazione su un mondo, quello del fumo "non lento", al quale non accedevo da mesi.
Devo ringraziare Mattia Petri per la considerazione espressa in un suo post dello scorso ottobre: la sigaretta, per una persona approdata al lento fumo, dura sempre troppo poco. Un'osservazione apparentemente scontata, ma in realtà molto importante perché spiega uno dei motivi per cui sono arrivato alla pipa.
Mi viene da citare Ernesto Calindri e lo storico slogan del Cynar: contro il logorio della vita moderna. Sono sempre stato dell'idea che chi studia seriamente, con passione, con l'intento di costruire/costruirsi un futuro, svolga un vero e proprio mestiere. Non un lavoro, perché qui in Italia gli studenti non vengono aiutati - se non in determinati casi - con "gettoni" anche irrisori. Di certo si tratta di un mestiere che dà i suoi problemi, le sue soddisfazioni, pone interrogativi di ampio respiro e chiede molte ore ogni giorno. Pare di no, ma spesso si sente - o almeno, io sento - che da questa attività scaturiscono grandi responsabilità, che richiedono grande spirito di sacrificio e abnegazione per essere superate al meglio. Di conseguenza sento come un carico pesante la somma di stress oggettivo (le ore di studio) e soggettivo (la tensione emotiva che deriva dallo studio).
Così, quando la sera non ce la si fa più dopo sette o otto ore passate a far funzionare il cervello (It's been a hard day's night...), si ha voglia di ritagliarsi un po' di tempo. Dopo una giornata trascorsa in modo frenetico la pipa rallenta il tempo, lo dilata, lo stira, chiede disperatamente un po' di attenzione per poter poi far partire una girandola di sensazioni e ricordi. Questa dimensione manca completamente nella sigaretta, che è relegata ad una dimensione più compulsiva, maniacale, che ben si adatta alla vita moderna e al suo frenetico ed incessante logorio di calindriana memoria.
C'è poi un'altra cosa. D'accordo, sono un pipatore tutto sommato di primo pelo, ma mi sembra di sentire in modo molto netto la differenza tra il gusto di una sigaretta e di una pipa. Una sigaretta, e qui integro la considerazione di Mattia, ha mediamente - quasi come un corollario di quanto espresso nel paragrafo precedente - un gusto terribilmente piatto e monocorde, se paragonato ai tabacchi da pipa (anche quelli meno complessi) o ai sigari.
Ho fumato di recente qualche Rothmans rossa. Le Rothmans rosse sono sigarette che in precedenza mi piacevano molto e mi incuriosiva perciò tornare a provarle dopo qualche esperienza "consapevole" in campo tabagistico. Per farla breve: mi è sembrato di fumare cemento armato e ho sempre fatto fatica ad arrivare alla fine.
La metafora è forte e volutamente esagerata: le Rothmans non fanno così schifo, non si abbassano al livello, che so, delle Camel blu, ma certo perdono miseramente il confronto con il lento fumo. Non c'è paragone. Ora ricordo perché da fumatore saltuario di sigarette sono diventato un fumatore saltuario - ma di gran lunga più affezionato - di pipa: la pipa è un mondo in tre dimensioni, mentre la sigaretta, se va bene, si limita a due.
...non vedo l'ora che finisca la sessione di esami, così posso ritornare di nuovo nel meditabondo e piacevole mondo della pipa.

domenica 27 dicembre 2009

La pipa di Natale

Quest'anno non è stato facile scegliere la pipa natalizia. Rispetto ad un anno fa le mie conoscenze in fatto di lento fumo si sono leggermente affinate: ho capito quali tabacchi gradisco di più e quali di meno e soprattutto sto capendo quali shapes colpiscono di più la mia attenzione e, di conseguenza, sono degni di entrare nel mio parco pipe. C'è poi da tenere conto del fattore P (conosciuto dal volgo come pecunia), che è sempre bene amministrare in maniera oculata.
Non sono ancora giunto - né so se giungerò mai - al punto di razionalizzare la mia collezione e dedicarmi ad un limitato range di shapes, o ancora più radicalmente ad un solo "capostipite". Certo è che sto progressivamente sviluppando un senso di repulsione verso il mondo delle pipe freehand, spostandomi perciò verso forme più tradizionali, ma non per questo scontate o ancor peggio "noiose", banali.
Dicevo, Babbo Natale ha recentemente avuto la gentilezza di far passare attraverso la canna fumaria una simpatica Viprati. Non vi dico le bestemmie che sono volate quando la pipa ha seriamente rischiato di cadere, tramite la cappa di aspirazione del fornello, dentro una pentola nella quale riposava una densa zuppa di piselli. I miei riflessi di Tonno hanno evitato questa tragedia, che avrebbe reso vana la visita del corpulento signore vestito di rosso (si sa, lui e la sua collega simpatica ancorché vestita di stracci passano solo una volta l'anno)...
...no, non mi credete. E fate bene, questo esperimento di pseudo-realismo magico è stato un fiasco clamoroso. Meglio allora essere piacevolmente prosaici e dire che ho ordinato la pipa in un noto negozio on-line specializzato in pipe, sigari e altre amenità derivate dal tabacco: il pacco è stato prontamente recapitato da un nerboruto signore vestito non di rosso ma di blu scuro, con una insipida peluria incolta al posto della lunga e rassicurante barba bianca e pressoché privo delle regole della buona creanza. Ma tant'è, basta che l'oggetto dei miei desideri arrivi sano e salvo, poco contano i modi del postino...
Salgo le scale, scarto il pacchetto e apro la scatola dentro alla quale si trova la Viprati. Lo shape è dei più classici, il billiard. Bene, andavo alla ricerca da tempo di una billiard come dio comanda. Forma classica che più classica non c'è, riproposta in una variante che mi ha sempre attirato, la slender, e con un finissaggio, quello sabbiato, che è al top delle mie preferenze. Inoltre depone a favore della pipa il bocchino in metacrilato che, per un accanito masticatore di pipe come il sottoscritto, presenta l'indubbio vantaggio di non permettere la formazione degli antiestetici segni dei denti. Tali segni, a seconda dei punti di vista, conferiscono un quid di vissuto all'oggetto-pipa, o ne rovinano irreparabilmente l'estetica. Irreparabilmente fino ad un certo punto, il bocchino si può sempre sostituire. Devo però dire che l'idea di dover sostituire periodicamente il bocchino di ogni pipa proprio non mi va giù. E poi ho visto fin troppe foto di Günter Grass in compagnia delle sue amate pipacchiotte per capire che un bocchino divenuto giallo/grigio a forza di essere masticato non rientra nelle mie preferenze.
Compiuto questo inessenziale ma per me quantomai necessario preambolo, vi racconto delle prime impressioni di fumo. Innanzitutto, una nota positiva arriva dal bilanciamento. Il peso non è di per sé proibitivo (41 g), ma c'è sempre la paura di ritrovarsi tra i denti un macigno dal peso inenarrabile (e poi chi riesce a fumare sfogliando i libri?): forse non è facile da bilanciare come una pipa col bocchino a sella (chissà perché, con le brandy mi trovo benissimo), ma se la cava bene.
La vera prova del fuoco è la resa con il mio amato Italia. Grezzo, monodimensionale, senza sorprese, ma pur sempre il mio tabacco da fumate spensierate, il tabacco che consumo di più in assoluto. E qui arrivano le note lusinghiere, perché con l'Italia questa pipa non fa un filo d'acquerugiola a pagarlo oro: perché non la faccia con un fumatore "umido" come il sottoscritto, capace di creare acquerugiola pure con lo Schippers caricato in una canadese, vuol dire che la pipa funziona bene. La prova, ripetuta a distanza di tempo, conferma le prime ottime impressioni.
Ciò detto, cosa aggiungere? Avrò modo di ritornare su questa Viprati durante le vacanze di Natale, che consacrerò per l'ennesima volta sull'altare della sapienza (leggi: mi faccio ancora una volta il mazzo per studiare). Sarà bello vedere se questa billiard slender reggerà ulteriormente alla prova con l'Italia, se terrà a più fumate consecutive e se, cosa ancora più importante, si esprimerà bene con le mie consuete EM, ovvero Erinmore Balkan e Black Mallory. Qualora il risultato fosse positivo, e nulla mi fa per il momento presagire il contrario, vorrà dire che si è trattato di un buon acquisto e che, oltre allo sguardo, appagherò pure il gusto.

Vi ringrazio per l'attenzione che avete gentilmente dedicato alla lettura di questo post. Con l'occasione vi informo che durante le vacanze di Natale vi terrò compagnia con nuovi articoli e postille. Non svelo gli argomenti, voglio mantenere un po' di suspans... anzi no, oggi proprio non sono capace di mentirvi, cari lettori. Ve lo confido sottovoce, non ditelo a nessuno: non so ancora che articoli scrivere di preciso. Ma non preoccupatevi, qualcosa di buono salterà fuori dalla scatola con l'apertura a strappo!

O almeno spero.

martedì 24 novembre 2009

La mia pipa preferita

Oggi il Tonno che fuma vi parla della sua pipa preferita.
Non aspettatevi nomi di grido alla Charatan, Parker, Bang, Dunhill solo per citarne alcuni alla rinfusa: non ho mai speso molti soldi in pipe, credo che per le mie competenze in ambito di lento fumo certi prodotti siano, come dicevano elegantemente gli antichi, margaritas ad pullos (o, volendo essere "moderni" a tutti i costi, perle per i porci).
Fatta questa necessaria premessa, vi parlo della mia pipozza preferita. Raffinati intenditori potrebbero a ragione considerarla una pipa da battaglia ma tant'è, agli oggetti spesso ci si affeziona al di là del loro effettivo valore; a dir la verità però questa pipa non mi ha mai deluso e, con tutti i tabacchi con cui l'ho provata, non ha mai dato problemi di gusto amaro/sgradevole, appiattimento della personalità dei tabacchi e acquerugiola (...quella ci pensa a farla il Tonno con qualsiasi pipa).
Tranquilli, ora ci arrivo: è una pipa uscita dalle mani di Gigi Crugnola, artigiano del varesotto che molti aficionados conosceranno. L'occasione di comprarla mi è stata data dalla campagna - mi si perdoni se non ricordo il nome esatto - "Pipa di Natale 2008" di Fumarelapipa.com.
Prezzo contenuto, shape accattivante molto simile ad una squat tomato, finitura sabbiata scelta perché non mi dispiaceva l'idea di avere nel mio parco-calumet una pipa con finitura non liscia. La bella radica si lascia sempre vedere volentieri e chi è abituato a vedere legni di pregio (ad esempio negli strumenti musicali) non può rimanere indifferente al fascino di una buona fiammatura, impreziosita magari da uno shape che la esalta... tutto vero, ma nel mio immaginario infantile e pre-pipatorio la pipa è sempre stata rusticata, al più sabbiata, con quel che di (soprav)vissuto che spesso è tremendamente fascinoso e irresistibile. Di conseguenza mi sembrava opportuno rendere omaggio a queste ataviche preferenze e scegliere una pipa con un finissaggio rocciato o sabbiato: la scelta è caduta sul sabbiato, perché delle tre possibili versioni della FLP 2008 quella mi convinceva più delle altre.

La Gigi risale al mio primissimo periodo di approccio al multiforme mondo del lento fumo quando, influenzato in questo da vaghi ricordi di room note alla cumarina (vedi Clan), mi dedicavo con apparente profitto agli aromatizzati, e in particolare all'Amphora Rich Aroma che, per inciso, all'inizio della mia esperienza con la pipa mi ha dato qualche sana soddisfazione. Quando poi sono passato a naturali ed EM e gli aromatizzati hanno cominciato a rivelarsi per quello che sono (in molti casi pseudo-tabacco aromatizzato al Dixan o al Panettone Motta scaduto nel 2002), ho cominciato a pensare di cambiare destinazione d'uso per la Gigi.
Con un po' di pazienza, ho incominciato una cura a base di Italia, forte anche del fatto che le mie fumate non frequenti non avevano intriso la radica di sapori sgradevoli: ora il fornello ha la sua bella groma, quella crosta che è croce e delizia di ogni appassionato di pipa, e ciò che è meglio è che la pipa rende benissimo anche con il mio amato Italia. Anzi, ad essere sinceri la Gigi è, nel mio harem (o puttanaio?) pipario di medio-basso bordo, quella in cui apprezzo di più l'Italia.

E così, quando in queste settimane intense ho voglia di fumo non impegnativo ma verace, tiro fuori la mia fedele compagna di fumate e la carico con l'Italia. Dovrò subire le sue rimostranze e i suoi borbottii gorgoglianti quando fumo troppo umido e forse la dovrò consolare con lo scovolino, un po' come si fa quando si regala un leccalecca ad un bimbo triste per farlo sorridere: ma subito dopo, magari con una leggera passata di fiammifero per ravvivare la brace, ricomincio a sentire che io e la Gigi siamo un corpo unico. Sentiamo di nuovo di essere amici per la pelle, anche dopo aver litigato un po' per la mia tecnica di fumata non proprio sublime... tra buoni amici ci si perdona sempre le piccole imperfezioni.

Come scrivevo sopra, ci sono oggetti cui capita di affezionarsi: oltre all'amore per i libri, le chitarre e i dischi, ho pure una debolezza per le pipe. E del resto, visto che sonno un Tonno che fuma senza arte né parte, posso permettermelo!

giovedì 5 novembre 2009

Elogio dell'Italia e non solo

No, nessun patriottismo, il Tonno è sempre stato legato fino ad un certo punto al suo paese natale. State tranquilli, non voglio fare un comizio elettorale. Vi parlo però di una cosa che non viene mai citata, ingiustamente a mio parere, come uno dei fiori all'occhiello del "made in Italy": il trinciato Italia.
Il trinciato Italia è un onesto trinciato da pipa che, manco a farlo apposta, è prodotto nel nostro paese: lo si annovera comunemente tra i naturali, cioè tra quei tabacchi "duri e puri" (come il Comune e il Forte) che si distinguono per un gusto monodimensionale, grezzo, ma comunque sincero. Un po' come avere a che fare con una bottiglia di sincero vino rosso offerto da un verace contadino trevigiano che, preso da un insperato accesso di generosità, ti invita tra una bestemmia e l'altra a bere un goto de rosso, che va ad accompagnare do fete de sopressa.
Comunque, messe da parte le digressioni poetiche, perché voglio elogiare l'Italia?
In questo periodo gli impegni sono molti e il tempo per dedicarsi alle nuove miscele è poco. Non manca solo il tempo per quello, manca la testa per meditare adeguatamente su ciò che si è fumato.
Siccome mi dispiace che le pipe stiano ferme, ma dato anche che voglio variare un po' la mia dieta tabagifera (che normalmente consta di dosi da cavallo di Black Mallory, alternato ad un aromatizzato decente quale il Davidoff Scottish Mixture), ho provato ad inserirvi una miscela non troppo complessa, che posso fumare indifferentemente a stomaco pieno o vuoto.
Le resistenze, date le mie non entusiasmanti esperienze con il Toscano (v. interventi precedenti), erano parecchie. Però la voglia di provare era davvero tanta.
E cosa scopro? Una miscela rude, che ti fa anche impazzire per quanto devi usare il pigino, ma anche un buon fumo per quando sono un po' sovrappensiero e non posso dedicarmi alla scoperta della sfumatura che il gusto ci guadagna. Tant'è, certi trinciati sono proprio monodimensionali, hanno quel gusto quando li cominci e lo mantengono senza cambiamenti sorprendenti fino all'ultima boccata. Tutto sta a trovare gusti che piacciano.

A dire la verità non sono mai stato bravo a scovare tutti gli "aromi secondari" (perdonatemi l'espressione impropria) che molti scovano nei tabacchi di propria preferenza: a parte negli aromatizzati, che sono dichiaratamente "aromaticamente eteronomi", nel resto dei tabacchi da pipa che ho provato non ho sentito particolari note.
Mi si perdoni la schiettezza, ma per me, checché se ne dica nelle conventicole, il tabacco sa di tabacco. Chiaro, con le ovvie differenze tra l'uno e l'altro (per ovvi motivi, il Treasures of Ireland Limerick, che è un flake che più flake non si può, non potrà mai avere, che so, la latakiosità del Black Mallory): sarà la mia ancora scarsa esperienza (il mio battesimo della pipa è avvenuto si e no un anno e mezzo fa) o il fatto che per me il gusto è il meno affinato ed educato dei cinque sensi... ad ogni modo, nel tabacco per ora sento tabacco e non molto altro. Beato chi riesce ad esempio a cogliere note dell'acquavite preferita! Io mi limito ad un banalissimo sentore di caffè...
Devo dire che comunque riesco a godermi le mie fumate anche quando non ne faccio di troppo "consapevoli": anzi, in questo periodo sono della convinzione che più mi libero delle mie manie di ipercontrollo e meglio è! Cominciare dalla pipa sarà uno step, oltre che utile, anche molto naturale e gradevole...
Ecco perché il lento fumo mi piace. E' lo stesso motivo per cui mi piacciono la musica e la letteratura: le possibilità per orientarsi in questi universi sono infinite, sta ad ognuno trovare la propria. Provando e riprovando, con attenzione e con pazienza, a patto di non farsi del male per giungere a determinati obiettivi: come dicevo con un'amica blogger, dove si arriva si arriva, senza dannarsi l'anima. Se cerchiamo di dover far coincidere certe "ricerche" (musica, letteratura, lento fumo...) entro obiettivi rigidamente predefiniti, va a finire che perdono tutto il loro fascino! E il rischio è tanto più alto quanto più si gira tra le conventicole virtuali di qualsiasi tipo.