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mercoledì 9 febbraio 2011

Ernst Stadler, "La partenza"

Duepunti è un gruppo palermitano attivo nella programmazione di eventi e happening e dedito alla diffusione della cultura underground: da qualche tempo esso è sbarcato nel mercato librario con un catalogo d'essai, lontano dalle tirature dei grandi gruppi editoriali ma, forse proprio per questo, estremamente attento alla qualità.
Nel catalogo ritroviamo due vecchie conoscenze del Tonno che fuma, Michele Cometa e Maurizio Pirro. Il primo ha pubblicato, assieme ad Alain Montandon, Vedere, un saggio sui regimi scopici nell'opera di E.T.A. Hoffman (argomento che Cometa aveva affrontato anche nella prefazione all'edizione Marsilio dell'hoffmaniano Des Vetters Eckfenster/La finestra ad angolo del cugino). Il secondo, Maurizio Pirro, ha tradotto e curato la pubblicazione dei cicli di liriche di Ernst Stadler (1883 - 1914): Der Aufbruch, Stationen, Die Spiegel e Die Rast. Il tutto è inserito nel volume La partenza, uscito, come anticipavo poc'anzi, per i tipi di duepunti.
Quella di Stadler, poeta, filologo e critico letterario morto nel corso di un combattimento durante la Prima Guerra Mondiale, è una figura poco conosciuta al lettore italiano, che probabilmente - ripeto, probabilmente - ha più familiarità con nomi come quelli di Georg Heym e Georg Trakl.
Dalla postfazione di Pirro emerge la specificità della posizione stadleriana, a metà tra istanze espressioniste e simboliste. Come risulta sia dalla lettura (penso innanzitutto a Heimkehr/Ritorno a casa) e come del resto conferma la postfazione, in Stadler si nota l'interesse espressionista per figure ai margini della società (tendenza, questa, che ritroviamo anche in altre arti, come nel cinema tedesco dei primi anni '20). Le tematiche espressioniste vengono poi rilette attraverso un gusto tipicamente simbolista per la scelta di figure con una forte carica allegorica.
Il tutto costituisce la cornice storico-stilistica entro cui ha origine una poesia percorsa da una potente carica vitalistica. Non è infatti infrequente imbattersi in liriche come Metamorphosen/MetamorfosiIn der Frühe/All'alba, dove ben si coglie la sensualità della donna amata: tangibile e potente, eppure solo accennata. E al vitalismo stadleriano non è estranea nemmeno la  dimensione religiosa: ciò si nota non solo in Tage/Giorni, dove viene direttamente invocata la Madonna, ma anche in maniera più sottile in Entsühnung/Espiazione, in cui non è sbagliato rinvenire un'idea di donna amata come mezzo di elevazione spirituale.
Stadler però non è solo vitalismo. Credo non sia fuorviante collegare Der Spruch/Il detto alla Lettera di Lord Chandos di Hoffmanstahl, che parla dell'incapacità da parte del medium verbale di esprimere adeguatamente l'esperienza umana (il corsivo d'enfasi è mio, qui come nel resto del post):
In un libro antico mi fermai su una sentenza,
Il colpo che mi inflisse ancora mi tormenta:
E quando in preda ai sensi intorbidati
Spregio l'essere in cambio d'ombre, menzogne e frivolezze,
Quando volentieri mi lascio raggirare da facili piaceri,
E confondo il limpido e l'opaco, come se le mille porte della vita
          non fossero serrate ed impenetrabili,
E ripeto parole di cui mai ho sentito la grandezza,
e afferro cose di cui mai ho compreso la natura,
[...]
Innanzi a me si leva la sentenza: uomo, cerca la sostanza!
Questa citazione introduce un'altra problematica non secondaria. Come vive Stadler l'elemento formale? Potremmo rispondere che lo fa in maniera ambivalente, e ne sia riprova Form ist Wollust/Forma è voluttà:
La forma, stretto catenaccio, doveva alfin saltare,
Lungo rapidi canali il vasto mondo penetrare:
Forma è voluttà, riposo, appagamento celestiale,
Ma io voglio dissodare il mio campo personale.
Alla forma piacerebbe avermi dentro una prigione,
Ma io voglio camminare sempre in ogni direzione - 
La forma è durezza cristallina, non compatimento,
Io comunque preferisco ciò che è monco, ciò che è lento,
E mentre diffondendomi io travalico i confini
La vita mi pervade realizzando i propri fini.
A tutto ciò potremmo ricondurre una scelta stilistica precisa e caratterizzante: assistiamo infatti ad una sistematica dilatazione del verso che, complice il ricorso all'enjambement, alla lunghezza irregolare dei versi e al verso ipermetro avvicina la poesia alla prosa e rende meno evidenti le rime a fine verso, che pur sono presenti ma finiscono per perdere in concretezza

È risaputo che la traduzione della poesia è terreno molto insidioso e che chi opera in questo campo rischia di aprire un vaso di Pandora, sapendo che la traduzione non rispecchierà mai al mille per mille l'originale. Con che criterio allora valutare la traduzione di un testo poetico? Nel caso specifico, come valutare la traduzione de La partenza?
Ultimamente mi è capitato di avere tra le mani lo spartito di un brano che l'autore, Elliott Sharp, introduce con una breve "composer's note". Sharp parafrasa Walter Benjamin e dice:
As Walter Benjamin pointed out, the job of the translator is much more than finding the equivalent words in a second language but to realize the original impulse of the source and output it through new eyes, mouth, hands.
Quello di Benjamin (e di Sharp) è un ottimo metro di giudizio per confrontare testo tradotto e testo di partenza: quest'ultimo viene opportunamente pubblicato a fronte, per invitare a cogliere la traduzione non come un calco pedissequo dell'originale, ma come una delle sue tante interpretazioni possibili.
La traduzione di Pirro scioglie in maniera convincente il nodo gordiano della forma delle poesie di Stadler e ne restituisce, per così dire, l'impulso originario. Oltre a notare un'aderenza molto precisa alle scelte semantiche dell'autore, vediamo anche un intervento che apparentemente non rispetta il testo originale, ma tiene sicuramente conto della resa in italiano. Dicevamo che la rima in Stadler è spesso presente, ma se ne perde la concretezza fonica, per via degli artifici stilistici di cui sopra. Pirro ricorre al verso libero: perché, se è vero che nel tradurre la poesia bisogna salvare il salvabile, è pure vero che se la rima a fine verso è difficilmente percepibile nell'originale, è inutile spaccarsi la testa per renderla in italiano. Semplicemente, il gioco non vale la candela.
E' scontato dirvi che, ove il verso tedesco è libero, lo è anche in traduzione. Quando invece, come nel caso di Form ist Wollust, è evidente una struttura originale fatta di versi di pari lunghezza a rima baciata,  quando cioè l'artificio fonico della rima ritorna in maniera più che evidente, il traduttore ritiene opportuno riportare questa scelta espressiva anche nel testo finale italiano. Ed è paradossale che una poesia che prende le distanze dalla forma abbia invece una struttura adamantina: ma è proprio la precisa scelta di traduzione che fa propendere per l'ipotesi di un'interferenza tra forma e contenuto cercata dall'autore. Non è del resto priva di fondamento l'asserzione di Todorov - sulla scia di Northrop Frye - secondo cui l'opera letteraria è un sistema in cui la coerenza è totale e nulla avviene per caso...  e poi, non sarebbe la prima volta in cui la poesia del novecento offre ambiguità che non si dischiudono completamente al lettore.
In sintesi, La partenza merita, perché è una raccolta poetica interessante, e spero che tutto ciò che ho scritto invogli non solo i germanisti a leggerla, ma anche chi non ha consuetudine con il tedesco letterario: ciò è dovuto all'ottimo lavoro di cura e traduzione che fa si che vengano salvaguardati, con perdita minima e fisiologica per un lavoro di traduzione, intenzioni di fondo e scelte espressive dell'originale. Compratela, anche perché è venduta ad un prezzo in linea con quelli titoli economici delle tradizionali Feltrinelli e Bompiani. La differenza è che con Bompiani e Feltrinelli potreste imbattervi in titoli di autori figli del pensiero debole e della rinuncia ad una sistematizzazione coerente della realtà... insomma, sono titoli che di qualità, spesso, ne hanno ben poca. Se invece andate a pescare nel catalogo di duepunti, non ve ne pentirete affatto.

domenica 15 agosto 2010

Il "terzo diario" di Max Frisch

Negli ultimi due anni la casa editrice Suhrkamp ci ha abituati a pubblicazioni postume di autori famosi: come tempo fa avevo avuto modo di parlare di Thomas Bernhard e del suo Meine Preise, che è uscito per Adelphi, oggi parlo di Entwürfe zu einem dritten Tagebuch, la recente uscita che raccoglie gli abbozzi del terzo diario di Max Frisch.
Il catalogo delle opere di Frisch conta due diari, credo inediti sul mercato italiano: Tagebuch 1946-1949 (uscito nel 1950) e Tagebuch 1966-1971 (1972, lo stesso anno di un altro "diario", Aus dem Tagebuch einer Schnecke di Günter Grass). Nei primi mesi del 1982 comincia inoltre la scrittura di un terzo diario, mai giunto ad una stesura definitiva e le cui prime parti sono state appunto pubblicate in Entwürfe zu einem dritten Tagebuch.
Per dare un'idea di quale significato ricopra il genere diaristico nell'opera di Max Frisch, comincio prendendo spunto da quanto scrive Volker Hage in Max Frisch, breve ma interessante volume della RoRoRo (la traduzione è mia).
Il Tagebuch 1946-1949 [Diario 1946-1949] non è un resoconto privato. Ciò rendeva il titolo fuorviante (per contrassegnare lavori simili, oggi si parla non di rado di "Diario alla maniera di Max Frisch"). [...] In nessun momento emerge l'impressione di una confessione intima, per quanto l'autore si apra del tutto e si possa leggere il percorso di vita tra il 1946 e il 1949. [...] Frisch non scriveva soltanto per sè. Deve aver notato presto come crescesse una forma espressiva letteraria fatta su misura per lui. La forma annotativa divenne forma d'arte.
Il triennio 1946-1949 vede un Frisch impegnato a costruirsi un'identità, oltre che come scrittore, come capofamiglia e architetto: è lecito quindi pensare al diario come ad una raccolta di appunti, un cantiere aperto in cui un trentacinquenne di rilevante profilo intellettuale, nel pieno delle sue risorse fisiche e mentali, invita il lettore a dare uno sguardo alla sua bottega. I numerosi abbozzi di opere che Frisch scriverà di lì a qualche anno (Graf Öderland, Andorra) legittimano questa chiave di lettura.
Più si va avanti e più si vede un Frisch che prende coscienza della propria celebrità. Il Tagebuch 1966-1971 contiene, oltre alle oramai consuete riflessioni sul ruolo dell'arte e degli intellettuali nella società, anche numerosi ritratti di scrittori ed intellettuali che hanno condiviso il proprio percorso con Frisch (uno su tutti proprio Günter Grass).
In un intervista-cortometraggio del 1967 (Max Frisch, Schriftsteller. Eine Biographie) lo scrittore ribadisce come nella sua opera ci sia molto di autobiografico o, come egli stesso afferma, anche troppo. Che sia troppo o meno, è evidente come nelle ultime opere il filone autobiografico acquisti un'importanza ancora più decisiva: Montauk ed il terzo diario riflettono infatti le molte angosce di un Frisch oramai vecchio, alle prese con difficoltà coniugali (le relazioni con Marianne Oellers e Alice Locke-Carey),  problemi fisici derivanti dall'età, dipendenza dall'alcool.
Ridurre però il terzo diario di Frisch ad un dolente elenco di acciacchi e noie sarebbe riduttivo. Non mancano infatti pagine toccanti, come quelle dedicate alla morte per cancro dell'amico Peter Noll, che diventano occasione per riflettere su una fine avvertita oramai come prossima. È proprio il filone dedicato a Noll, con tutte le riflessioni che ne conseguono, che costituisce a mio avviso la parte più riuscita del diario: pur essendovi parti quantitativamente rilevanti dedicate alla politica internazionale (con forti prese di posizione contro gli USA di Reagan) ed altre numerose osservazioni marginali, il ricordo degli ultimi mesi di Peter Noll pesa come un macigno nella sua vibrante ma composta intensità.
Insomma, è un peccato che certe cose non vengano ancora divulgate presso il pubblico italiano, che sembra conoscere Frisch solamente per Stiller, Homo Faber e più raramente per il Gantenbein. Spero sempre, però, che qualche valente traduttore e qualche editore "d'essai" raccolgano questo appello alla diffusione italiana di Frisch. L'accesso a certe pagine permetterebbe al pubblico italiano di farsi un'idea più a tutto tondo di questo autore, che ha saputo regalare pagine stupende.

giovedì 8 luglio 2010

M. Frisch - F. Dürrenmatt: "Corrispondenza"

Ho appena terminato di leggere Corrispondenza, il volume che raccoglie il carteggio epistolare tra Friedrich Dürrenmatt e Max Frisch, corredato da un bellissimo apparato critico a cura di Peter Rüedi (edizioni Casagrande).
Questo libro colma, almeno parzialmente, una lacuna nel mercato editoriale italiano: almeno che io sappia, non esistono monografie in italiano su questi autori. Non mancano i saggi che focalizzano singoli aspetti della loro produzione, anzi, direi che esistono degli esempi veramente edificanti, come alcuni saggi delle raccolte Il romanzo tedesco del novecento, a cura di Cesare Cases per i tipi di Einaudi, e Costruir su macerie del già citato Maurizio Pirro per Graphiservice. Mancano però contributi che ritraggano a tutto tondo i due "numi tutelari" della letteratura elvetica del novecento e che uniscano ai meri dati biografici un solido inquadramento nell'ambito della cultura svizzera e tedesca in generale.

Bisogna essere sinceri. L'epistolario di Frisch e Dürrenmatt soffre di due grandi difetti: dimensioni ristrette e alternanza di periodi di contatti frequenti ad altri, a volte molto lunghi, di silenzio. Questo costringe spesso a leggere tra le righe, ad interpretare lettere a volte talmente stringate da non riuscire a capire di che cosa si stia parlando. Peter Rüedi, il curatore, ci aiuta da una parte tramite una tavola sinottica che mostra in parallelo vita ed opere di Frisch e Dürrenmatt, dall'altra con un apparato di note molto preciso, ricco di puntuali riferimenti sia ai corpus creativi che alla ricezione da parte della critica.
Il vero punto di forza dell'apparato di Rüedi è però un saggio introduttivo che, a parte qualche piccola prolissità, non esito a definire bellissimo. In sintesi, questa lunga prefazione demolisce il luogo comune che voleva Frisch e Dürrenmatt come un'entità indivisibile,  un equivoco - nato in Germania e poi diffusosi a macchia d'olio - opera di critici che accorpavano senza tanti riguardi i due personaggi, indicandoli come unici personaggi degni di nota nella realtà culturale svizzera; una Svizzera percepita da molti come provinciale, isolata, sterile: Schweiz als Gefängnis, la Svizzera come prigione, ebbe modo di dire lo stesso Dürrenmatt in un suo celebre discorso tenuto poco prima di morire.
Se è vero che Frisch e Dürrenmatt erano accomunati, oltre che da stima reciproca, anche da una comune insofferenza per la Svizzera contemporanea - che, risparmiata dalla seconda guerra mondiale era sostanzialmente rimasta fuori dal procedere storico, perdendo una grande occasione per costruire una forte identità nazionale - , è anche vero che il loro rapporto fu costellato di innumerevoli alti e bassi. L'amicizia tra queste due grandi personalità è stata segnata da innumerevoli incomprensioni, da provocazioni più o meno aperte, da una competizione non sempre sana in cui giocavano un ruolo non secondario molte istituzioni culturali svizzere (penso ai teatri stabili di Zurigo, primi anni '50, e Basilea, fine degli anni '60) e cui molti intellettuali tedeschi assistevano in qualità di spettatori non sempre entusiasti e schierati apertamente da una delle due parti (mi viene in mente Uwe Johnson, che intrattenne una lunga corrispondenza epistolare con Frisch e non mancò di segnalare all'amico l'insensatezza delle varie querelle con Dürrenmatt).
Rüedi, forte di una conoscenza capillare di Dürrenmatt e di una dichiaratamente meno forte, ma comunque significativa, di Frisch, racconta questa serie di eventi collocandoli nella scena culturale svizzera del dopoguerra e facendo emergere due ritratti molto diversi, che fanno effettivamente a pugni con l'immagine del "binomio di ferro" e della perfetta consonanza tra Frisch e Dürrenmatt: lucido e distaccato il primo, forse più geniale ma intimamente più tormentato il secondo. Tutto l'apparato, comunque, è teso a demolire il luogo comune di un'amicizia di ferro. Io e Dürrenmatt siamo condannati ad essere amici, confessò Frisch in un'intervista televisiva del 1961 rilasciata a Corinne Pulver: forse già sentiva il peso degli attriti e presagiva la fine che sarebbe arrivata venticinque anni dopo, con una commovente lettera da parte di Dürrenmatt che chiude la raccolta di cui vi ho appena parlato.
In conclusione, se siete interessati alla letteratura tedesca contemporanea fate un salto su BOL o IBS e comprate questo libro. Vedrete che saranno soldi ben spesi.

domenica 27 giugno 2010

Thomas Bernhard: "Immanuel Kant"

Il 20 Ottobre si aprirà la stagione di prosa del teatro "Goldoni" di Venezia: ad inaugurarla, una rappresentazione di Immanuel Kant di Thomas Bernhard, per la regia di Alessandro Gassman. Un'ottima occasione per rimettere piede a teatro e per parlare di Bernhard che, come sapete, è uno degli autori che più mi stanno a cuore.
Introducendo il postumo Meine Preise/I miei premi, avevo citato incidentalmente una piéce minore, Die Macht der Gewohnheit/La forza dell'abitudine, per esemplificare lo sguardo straniato e freddamente oggettivo che caratterizza l'intera parabola creativa bernhardiana. Immanuel Kant non si discosta da queste coordinate: notiamo una lingua ricca, che attinge con precisione chirurgica a molti campi semantici, facilmente riconoscibile per la frequente ripetizione di alcuni incisi che, come fossero dei Leitmotiv, conferiscono un senso di coesione ed unità alla materia letteraria.
Bernhard si serve di questo arsenale stilistico per dipingere un'umanità malata, corrotta, intrinsecamente condannata a ripetere infruttuosi schemi di comportamento dai quali non ha mezzi e voglia di uscire. Il risultato è un penetrante realismo psicologico, che nei romanzi si colloca sullo sfondo di una realtà storicamente e socialmente ben definita (l'Austria della seconda metà del novecento), mentre nel teatro si staglia su realtà irreali o quantomeno improbabili, comunque caratterizzate da un grottesco intimamente crudele, tragico ed incline al nichilismo.
Alla luce di queste considerazioni preliminari, diventa chiara la citazione che precede la piéce. Bernhard cita, non a caso, un altro sostenitore della "crudeltà" del teatro, Antonin Artaud: ...ciò non deve significare - dice Artaud - che nel teatro si debba rappresentare la vita. Detto fatto. Dimentichiamoci la rappresentazione stereotipa di un Kant figlio del settecento, perennemente isolato nella sua Königsberg: il Kant di Bernhard viene rappresentato a bordo di un transatlantico, mentre si reca negli USA per ricevere una laurea honoris causa e curare un glaucoma che gli oscura progressivamente la vista. A fargli compagnia, oltre alla moglie, al servitore Ernst Ludwig e ad alcune figure (una milionaria, un collezionista d'arte, un ammiraglio) che certo non si distinguono per lungimiranza ed amore per il prossimo, il pappagallo Friedrich, l'unica entità sulla scena di cui Kant sembra fidarsi ciecamente, dal momento che è l'unico che ne segue le contorte evoluzioni intellettuali.
Kant sfodera una disillusione a tutto campo e demolisce i possibili appigli dell'uomo contemporaneo (la piéce debuttò il 15 aprile del 1978. Caso vuole che fosse l'anniversario della prima di Kabale und Liebe di Schiller!). Il protagonista si confida con il pappagallo Friedrich, segno che degli esseri umani, qui impersonati dal mondo delle accademie, non si fida (perfetto! Fa il paio con le amare considerazioni sull'istruzione obbligatoria di Der Keller/La cantina e con il rifiuto della cultura/evento mondano in Meine Preise); definisce la natura la più grande artificiosità; pur condannando duramente il capitalismo americano, parla di Marx e Lenin al passato, definendoli rispettivamente un buono a nulla e un povero demente e proclamandosi a sua volta - in maniera roboante - socialista vero, reale. Conoscendo la vita di Bernhard, vicino al partito socialista austriaco dal quale poi si dissociò, si può azzardare che per bocca di Kant parli Bernhard stesso, che si premura di mettere in guardia dall'ancorarsi a saldi punti fermi, siano essi una cieca fiducia nella natura e nel progresso umano o nelle grandi utopie/Weltanschauungen del novecento; tanto meno, pare dire l'autore tramite le velleitarie professioni di fede politica di Kant, ha una qualche utilità aggrapparsi a "terze vie" di stampo socialista-socialdemocratico.
Insomma, Immanuel Kant può essere letto come una parabola nichilista fredda, essenziale nella lingua (ricordo l'assoluta assenza di segni di punteggiatura!) come nei dettagli della messinscena (scenografie scarne, indicazioni di regia limitate allo stretto indispensabile e comunque ascrivibili ad un'impressione generale di forte asetticità). Pur non avendo la forza di quello che a mio parere è il capolavoro del teatro di Bernhard, ovvero Der Ignorant und der Wahnsinnige/L'ignorante e il folle, Immanuel Kant è un lavoro che vale la pena di essere preso in considerazione. Peccato che sia difficile, se non impossibile, trovarne una traduzione italiana. Per fortuna che, a parziale riparazione, interviene la messinscena di Alessandro Gassman: date le premesse, credo che varrà il prezzo del biglietto.

mercoledì 26 maggio 2010

Max Frisch: "Biedermann und die Brandstifter"

Non ho mai fatto mistero con voi, amici del Tonno, del fatto che Max Frisch sia autore a me caro: un incontro del tutto casuale (tra l'altro "di seconda battuta", perché ero partito cercando materiali su Dürrenmatt e mi sono riscoperto frischiano convinto) si è trasformato in una grande occasione per conoscere un autore che, se non viene annoverato tra i grandissimi del novecento, è comunque una figura estremamente interessante e, a suo modo, un dioscuro assieme alla stesso Dürrenmatt della letteratura svizzera.
Più volte ho citato di striscio la piéce Biedermann und die Brandstifter introducendo la mia passione per Frisch e parlando del radiodramma tedesco: oggi ne parlo più diffusamente. Avrei aspettato volentieri che mi arrivasse dalla Germania il testo della versione "radiodrammatica" del Biedermann, ma siccome le poste, si sa, non sono velocissimie, e siccome sono una persona tendenzialmente impaziente, ve ne parlo oggi. (in realtà sarebbe bello parlare delle differenze tra il radiodramma, intitolato Herr Biedermann und die Brandstifter e trasmesso nel 1953, e il testo teatrale, datato 1958. Dato però che a tale scopo avrei bisogno del testo, che come dicevo non è ancora in mio possesso, mi riprometto di parlarne più avanti).
Difficile trovare il dvd o il video di una rappresentazione italiana: che io sappia, l'unica rappresentazione reperibile (tramite il complicato meccanismo delle Teche Rai) è una produzione Rai del 1976, andata in onda sul secondo canale (nel ruolo di Biedermann/Omobono troviamo Gianni Agus). Duro trovarne una traduzione: a suo tempo deve esservisi cimentato Aloisio Rendi. Il titolo della traduzione è Omobono e gli incendiari. Perfetto, perché il nome di Gottlieb Biedermann è traducibile (e sovrapponibile per calco) come Amedeo Omobono. Ma perché questo nome curioso? E soprattutto, cosa succede nella piéce? Ne diamo di seguito un breve riassunto.
Biedermann, benestante fabbricante di acqua ossigenata, ospita in casa propria il sedicente disoccupato Schmitz e il di lui amico Eisenring: i due sono i pericolosi piromani che hanno incendiato buona parte della città. Biedermann, che subodora l'inganno, li tratta con ogni riguardo per ingraziarseli. Sarà tutto inutile, dal momento che gli incendiari riusciranno ad incendiare la casa di Biedermann, che perirà con la moglie nel rogo. In alcune edizioni, non nella mia (una Suhrkamp di qualche decina d'anni fa), si trova anche un epilogo in cui Biedermann, all'inferno, viene tormentato da Schmitz ed Eisenring nei panni di diavoli.
Se tempo fa avete avuto occasione di dare un'occhiata ai video del "Max Frisch Archiv" che linkavo qui sul blog, avete sicuramente notato la lucidità e l'ironia sottile e pungente che caratterizza i discorsi e le interviste del nostro. È una nota che caratterizza profondamente il Biedermann: già il nome del personaggio è segno tangibile di un'ironia lucida che procede senza guardare in faccia a nessuno, con - citando l'espressione di Guido Calgari - "matematica coerenza". Ma la bellezza del Biedermann non sta solo in questo: ci troviamo di fronte ad un'opera che raffigura allegoricamente la cieca condiscendenza di gran parte del ceto medio (Biedermann, la moglie Babette) davanti a personaggi pericolosi (gli incendiari) che costruiscono la propria ascesa al potere e la successiva, probabile nascita di regimi totalitari sulla completa miopia e mancanza di prospettive di una certa parte della borghesia.
Se non avete voglia di cercare le traduzioni, che sono di qualche decennio fa, o se non riuscite a venire in possesso del testo tedesco potete sempre, come accennavo all'inizio di questo post, andare a vedere tramite le teche Rai l'adattamento televisivo del '76. Se avete la fortuna di conoscere un po' il tedesco, guardatevi la versione del '67 di Rainer Wolffhardt (link alla prima scena su Youtube, solito canale "Max Frisch Archiv"): in questa versione scompare il coro dei pompieri, che nella commedia dialoga attivamente con Biedermann, sostituito da un'intervista che un giornalista ha con Biedermann (cosa della quale, nell'adattamento del '67, veniamo a conoscenza solo alla fine dell'ultima scena).
Mi piange il cuore a sapere che è poco reperibile in Italia e che in giro non se ne vedano rappresentazioni. Soprattutto di questi tempi ci sarebbe bisogno di lavori come il Biedermann che stimolano alla riflessione e fanno vacillare certezze dogmaticamente e fragilmente costruite.

lunedì 24 maggio 2010

Max Frisch parla di "Andorra"

Max Frisch parla di "Andorra", sua bellissima piéce teatrale incentrata sull'antisemitismo. Ne riparleremo a breve qui sul Tonno.

mercoledì 19 maggio 2010

Un'intervista di Thomas Bernhard

Un'intervista degli ultimi anni di Thomas Bernhard, dal titolo Die Ursache bin ich selbst (Io stesso sono la causa). Krista Fleischmann, 1986




martedì 18 maggio 2010

Günter Grass e la StaSi

Molto velocemente, segnalo uno speciale andato in onda su Radio Bremen giovedì scorso. Oggetto della trasmissione è uno dei più recenti fenomeni editoriali tedeschi, ovvero la pubblicazione degli atti della Stasi (Staatssicherheit, la polizia segreta della Germania Est) che riguardano lo scrittore Günter Grass. (nella foto Grass, a sinistra, parla con Hermann Kant, presidente dell'unione degli scrittori della DDR).
Tali atti, pubblicati dall'editore tedesco Ch. Links con il titolo Günter Grass im Visier – Die Stasiakte e non ancora disponibili in Italia (chissà se verranno tradotti e se c'è qualcuno disposto a pubblicarli... credo non avranno molto mercato), hanno suscitato un certo interesse in Germania perché pongono una volta di più l'accento su una tematica, quella dei rapporti Stasi a carico di comuni cittadini e di personaggi in vista, che ha coinvolto in prima persona nomi di spicco (se non ricordo male, era coinvolta Christa Wolf) e ha lasciato qualche segno nel recente dibattito culturale (basti pensare alla stupenda pellicola Das Leben der Anderen di Florian Henckel von Donnersmarck).
Lascio ora la parola al link al sito dedicato di Radio Bremen (in tedesco):
http://www.radiobremen.de/nordwestradio/sendungen/nordwest_vor_ort/grassundstasi100.html
Peccato aver perso la diretta! Fortuna che c'è il podcast che limita i danni.

mercoledì 12 maggio 2010

Un discorso di Friedrich Dürrenmatt: "Die Schweiz als Gefängnis"

Die Schweiz als Gefängnis/La Svizzera come prigione. Discorso tenuto da Dürrenmatt il 22 Novembre 1990, poco tempo prima della morte, per la consegna del premio "Gottlieb Duttweiler".


Prima parte


Seconda parte

martedì 20 aprile 2010

Ancora Thomas Bernhard. "Meine Preise"

Qualche mese fa avevo parlato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard riferendomi ad uno dei suoi romanzi autobiografici, Der Keller/La cantina. Ritorno oggi a parlare di questo scrittore e a parlare di un suo lavoro scritto tra il 1980 ed il 1981, uscito di recente per Suhrkamp ed edito in Italia da Adelphi: Meine Preise/I miei premi.
La prosa di Bernhard si riconosce non tanto per le numerose ripetizioni (che ben conosce chi ha letto La cantina o i lavori teatrali, come Die Macht der Gewohnheit), quanto per la sua asettica essenzialità, che permette all'autore di (ri)evocare molte situazioni, di giudicarle con distacco e di trasmettere al lettore questa sensazione di straniamento, rafforzata da valutazioni critiche ai limiti del caustico. Una scelta di campo forte, che trova riscontro in tutta la produzione di Bernhard e comporta l'adozione di precisi moduli stilistici (gran parte del teatro di Bernhard, se non la sua totalità, è scritta alla maniera del teatro documentario brechtiano, che annovera tra i suoi seguaci anche pezzi da novanta come Peter Weiss e Die Ermittlung/L'istruttoria).
L'aspetto "documentario" e straniante della personalità di Bernhard gli ha procurato la diffidenza di molti lettori austriaci, specialmente di area conservatrice, che lo accusavano di essere un Nestbeschmutzer (letteralmente, colui che lorda il nido) che gettava discredito sull'Austria e sulla sua immagine nel mondo.
Sono reazioni che non condividiamo, ma tutto sommato comprendiamo. Quella dipinta da Bernhard è una realtà reazionaria ed asfittica, ove le voci di dissenso o comunque "diverse" vengono tollerate a fatica e, pur ricevendo il riconoscimento formale delle autorità - appunto sotto forma di premio - ne subiscono la sostanziale diffidenza. Impossibile che una situazione del genere venga taciuta da un attento osservatore come Bernhard, che finisce inevitabilmente per essere una voce scomoda alle orecchie di chi preferisce chiudere gli occhi davanti ai problemi della società.
Con questo non voglio dire che Bernhard sia esclusivamente un autore di denuncia, o peggio ancora uno scrittore impegnato: le posizioni di Bernhard riflettono al contrario una posizione lontana dal riconoscersi in questo o in quel partito, una posizione eccentrica ai limiti della misantropia. Una misantropia che, si badi, non esclude - e anzi richiama dialetticamente - un'acuta sensibilità antropologica, sempre in grado di cogliere i meccanismi che muovono il singolo e di smascherarne le ipocrisie.
Si coglie quindi una profonda disillusione nei confronti della realtà. Possiamo perciò dire che disillusione e critica alla società austriaca sono i binari entro cui si muove Meine Preise/I miei premi. Questo libro è una lettura, come accennavamo sopra, essenziale, ma non per questo scarna o arida. Al contrario, Bernhard si fa leggere tranquillamente e porta alla riflessione senza incappare in nessuna retorica intellettuale o atteggiamento da filippica. Veniamo posti davanti ad un quadro tratteggiato in modo sintetico ed efficace, che ci porta a riflettere e a riconoscere che società come quella austriaca degli anni '60-'70 non sono poi distanti da quella attuale: al contrario, l'estremo individualismo e l'atomismo che la regolano sono sempre gli stessi. Qualche risata questo libro ce lo può strappare, ma è un riso amaro, il riso di chi coglie il ridicolo dell'ufficialità e della pomposità autocelebrativa ed ostentata.
Insomma, concludo dicendolo in termini volgarmente facebookiani: al Tonno che Fuma piace questo elemento.

mercoledì 24 marzo 2010

Theodor Storm

Vi fosse mai venuto il dubbio che il Tonno è "sordo" verso la letteratura del passato, ecco, lo smentisco categoricamente con questo post. Vi parlo di un autore che ho scoperto recentemente e mi ha colpito molto: Theodor Storm.
Storm (1817-1888) fu poeta e novellista originario dello Schleswig-Holstein. Il suo nome viene accostato a quelli di Theodor e Thyco Mommsen, Paul Heyse, Eduard Mörike, Theodor Fontane, addirittura - seppur per un singolo contatto avvenuto a Baden Baden nel 1865 - con il russo Ivan Turgenev. Insomma, ci troviamo davanti ad un personaggio che si colloca in un particolare momento della storia culturale tedesca: sullo sfondo dei Gründerjahre (cioè gli anni che vedono la crescita della potenza della Prussia e la nascita del Secondo Reich, con il trattato di Versailles del '71) si sta consumando la transizione dal romanticismo al realismo.
Storm si colloca a pieno titolo in questa temperie culturale ed offre un modus operandi narrativo che potremmo definire "intermedio" tra un tardo romanticismo con inclinazioni Biedermeier e il realismo.
A naso, non mi sembra opportuno appioppare solamente una di queste due etichette a Storm, come si potrebbe essere portati a fare leggendo qualche commento antiquato come quello di Maria Grazia Nasti Amoretti per la UTET (parliamo dei primi anni '50 del secolo scorso). Vedo di spiegare meglio questa mia presa di posizione.
Credo sia fuori di dubbio che la lettura di diverse novelle di Storm (ad esempio Immensee, Ein Bekenntnis, Viola Tricolor, Martha und ihre Uhr) riveli un mondo fondamentalmente piccolo-medio borghese, che si rivolge nostalgicamente alla rievocazione del passato e alla celebrazione del nucleo familiare, antidoti all'angoscia causata nel singolo da una società in transizione e dalla consapevolezza che non vi è nulla oltre alla morte. Il contrasto tra passato, spesso visto in chiave idilliaca, e presente è il perno attorno al quale ruota la narrazione di gran parte delle novelle. Detto contrasto viene letto soprattutto negli effetti che imprime sul singolo, ed è proprio così che scopriamo la grandezza di Storm: siamo pienamente partecipi dell'interiorità del personaggio. Lo vediamo soprattutto nelle prime novelle, quelle fino ai primi degli anni '70.
A partire dalla novella Draußen im Heidedorf (1873), la prospettiva narrativa cambia: non si cerca più empatia nel lettore e ci si avvicina ad una narrazione più asettica, vicina ai canoni del realismo. Quel che è bello è che la deriva realista di Storm non fa perdere forza alla narrazione, al contrario. Ce ne si accorge leggendo l'ultima, grande novella, Der Schimmelreiter. Nel periodo compreso tra il 1873 e il 1888, Storm sviluppa infatti una teoria secondo cui la novella è sorella del dramma e ne condivide l'oggetto tragico. Lo Schimmelreiter è fedele a questo principio e, attraverso la rappresentazione della tragedia del protagonista, porta a termine in chiave fortemente pessimista il grande tema che attraversa tutta la parabola creativa stormiana, ovvero la lotta tra il singolo ed il destino.

Spero di avervi messo qualche pulce nell'orecchio. Nel frattempo, vi segnalo le due edizioni italiane di riferimento per Storm: si tratta di due antologie di novelle. La prima, curata da Laura Bocci, è uscita nel 1994 per Garzanti ed è di facile reperibilità; la seconda, con apparato critico del già citato Fabrizio Cambi, è edita dal Dipartimento di studi letterari e filologici dell'Università di Trento ed è meno reperibile.
C'è da dire che sono entrambi commenti ben fatti ed interessanti. In particolare, il saggio di Cambi Realismo e rapsodia del destino nella narrativa di Th. Storm ha il pregio di riallacciarsi ad un altro saggio fondamentale nella ricezione stormiana in Italia, cioè la pregevolissima introduzione di Luciano Zagari ad un'antologia di poesie di Storm (1968). Anche l'apparato critico dell'edizione Garzanti si lega a Zagari, ma punta più sulla dimensione dell'Erlebnis e sull'analisi della costruzione delle novelle.
Insomma, c'è di che leggere e divertirsi. Io personalmente torno a rileggere Storm spesso e volentieri, e non c'è una volta in cui distolga gli occhi dal libro senza un po' di dispiacere. In qualche modo è un contraltare alle mie letture "contemporanee", che mi proiettano nella società e nella sua multiforme rete di relazioni, mentre Storm mi ricollega al mondo dell'interiorità. È una dimensione di cui a volte c'è tanto bisogno.

venerdì 19 marzo 2010

"L'invenzione del futuro"

Quando si pensa alla letteratura tedesca del secondo dopoguerra, i primi nomi che vengono in mente (Böll, Grass, Enzensberger...) provengono prevalentemente dalla Germania Ovest, da quello stato cioè derivante dall'unione (1947-48) delle zone d'occupazione francese, inglese e statunitense. Della letteratura della zona d'occupazione sovietica, divenuta nel 1949 Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik, DDR), il grande pubblico conosce abbastanza poco. L'eccezione più vistosa a questo trend (mi riferisco sempre alla ricezione italiana di certi fenomeni letterari) è, oltre a quella del grandissimo Bertolt Brecht, Christa Wolf, che viene letta in tutto il mondo ed ottiene una costante attenzione da parte del pubblico italiano: riprova ne sia la costante presenza negli scaffali della grande distribuzione di Kassandra, delle Voraussetzungen einer Erzählung/Cassandra. Premesse ad un racconto e Medea, nonché la recente ristampa da parte della casa editrice e/o di Kein Ort. Nirgends/Nessun luogo. Da nessuna parte, Unter der Linden/Sotto i tigli e Was bleibt/Cosa rimane.
Al di là di questa eccezione, la ricezione italiana di numerosi autori mi sembra pressoché nulla. Ed è un peccato, non solo perché si perdono di vista lavori di ampio respiro (penso soprattutto ad Uwe Johnson e alle sue Mutmassungen über Jakob, che nel 1959 ebbero un successo pari alla celeberrima Blechtrommel di Günter Grass, ma anche ad Heinrich Mann e Arnold Zweig), ma soprattutto perché si perde una fetta importantissima del dibattito culturale tedesco pre-riunificazione.
Recentemente alcuni germanisti italiani di comprovata esperienza hanno fatto luce sulla letteratura della DDR. I due nomi più importanti che mi vengono in mente sono Fabrizio Cambi e Anna Chiarloni. Della Chiarloni, in particolare, avevo avuto modo di parlare incidentalmente in altri post, ricordando la sua cura del recente La poesia tedesca del Novecento (Laterza) e una interessantissima (e per me salvifica in sede d'esame) monografia su Christa Wolf, edita dalla torinese Tirrenia Stampatori: non avevo però citato i suoi due libri pubblicati nel 1998 e nel 2009 da Franco Angeli.
Digressioni a parte, volevo segnalare a tutti i lettori del Tonno una bella storia della letteratura della DDR intitolata L'invenzione del futuro, curata da Michele Sisto, che porta le firme dello stesso Sisto, di Matteo Galli, Magda Martini e dei sopracitati Fabrizio Cambi ed Anna Chiarloni. A prescindere dai nomi coinvolti, che già di per sé potrebbero fornire una garanzia di buona riuscita del testo, la bellezza del volume non mi stupisce perché avevo già avuto modo di studiare altri libri della stessa casa editrice, la Scheiwiller (cito a questo proposito la bella storia del pensiero russo La foresta e la steppa del russista ed armenista Aldo Ferrari).
Chiaro, se parliamo de L'invenzione del futuro non parliamo di una lettura da buona notte. Ciononostante, questa raccolta di saggi è di lettura molto scorrevole. In questo aiuta anche la veste grafica, che non rinuncia all'uso del grassetto nell'evidenziare i nomi su cui la trattazione si sofferma più a lungo (scelta fondamentale quando si parla di molti nomi!) e che presenta anche un'indovinata scelta iconografica.
L'unico appunto che mi sentirei di fare è sulla distribuzione del volume, che non mi sembra di facilissima reperibilità. Basta però rivolgersi ad una buona libreria, meglio se universitaria, per ovviare all'inconveniente.
E adesso vi saluto, che è pronto in tavola. Cosa mangio oggi? Che domande, pasta al Tonno!

mercoledì 17 marzo 2010

H.M. Enzensberger - "Nel labirinto dell'intelligenza"

Hans Magnus Enzensberger è un nome molto noto al pubblico italiano: al di là della sua recente apparizione in terra friulana, più precisamente in quel di Pordenone (a proposito, sbrigatevi! Le sue "macchine da poesia" restano esposte ancora per pochi giorni), il monacense è noto a moltissimi per un titolo in particolare, Der Zahlenteufel/Il mago di numeri, delizioso romanzo che spiega la Matematica ai più piccoli (bisogna dire però che anche i grandi lo possono leggere, non senza divertirsi e stupirsi).
È inutile che scriva un panegirico per questa poliedrica figura, che negli anni ha saputo destreggiarsi tra le più disparate branche dello scibile, dalla matematica alla sociologia, alla storia, allo studio del linguaggio (significativi, in quest'ultimo ambito, alcuni saggi ancora molto attuali raccolti in Einzelheiten, antologia di contributi di HME pubblicata da Feltrinelli nel 1965 con il titolo Questioni di dettaglio). È anche inutile che dica se mi piace di più questo o quel libro di Enzensberger, perché il Tonno che fuma non è tipo da stilare hit parade. Mi riprometto però di dedicare un post, in futuro, a Hammerstein, oder der Eigensinn (Hammerstein o l'ostinazione, edito in Italia da Einaudi) e, contemporaneamente, prendo spunto per soffermarmi su un saggio dallo stile accattivante intitolato Nel labirinto dell'intelligenza (Einaudi 2008. L'originale, uscito in Germania nel 2007 per i tipi di Suhrkamp, si intitola Im Irrweg der Intelligenz. Ein Idiotenführer).
Con uno stile rigoroso che non rinuncia ad incursioni nel campo colloquiale, Enzensberger sfata la credenza (invero molto diffusa nelle élite intellettuali e non solo) secondo cui l'intelligenza rappresenta qualcosa di univocamente definibile e misurabile con esattezza. HME passa in rassegna gli errori/orrori cui hanno portato il mito positivista del Quoziente Intellettivo e le sue applicazioni da parte di eserciti, governi e studiosi: forti discriminazioni a danno delle categorie sociali più deboli (immigrati, gente di colore, sottoproletariato urbano...), considerazioni razziali, propositi eugenetici derivanti dall'uso pedissequo del concetto di Quoziente Intellettivo.
Più in generale, non mancando di scagliarsi contro alcuni studiosi (uno su tutti, il long- e bestseller Eysenck), Enzensberger sfata ogni illusione sulle possibilità di catalogare i tipi di intelligenza (motoria, musicale, sociale, emozionale...) e di misurarla. In altre parole, questo saggio è un atto di sfiducia nei confronti della psicometria.
Il testo è di dimensioni ristrette (poco meno di 70 pagg.) e di lettura, come abbiamo anticipato poc'anzi, molto gradevole. Contrariamente ad altri titoli enzensbergheriani - e non solo - da me citati in precedenza, Nel labirinto dell'intelligenza è facilmente reperibile nel circuito delle librerie: se non fosse già presente in negozio, ordinato presso Einaudi arriverebbe in poco meno di una settimana.
Mi riservo di leggere l'originale, ma già in questa sede vorrei scrivere una menzione d'onore per il traduttore Emilio Picco: se in italiano il lavoro scorre velocemente e rende con naturalezza lo sfaccettato lessico di Enzensberger, il merito è sicuramente suo.

lunedì 8 marzo 2010

Max Frisch: "Graf Öderland"

Graf Öderland (prima stesura 1951) ricopre un ruolo di prima importanza non solo nel teatro, ma nell'intera opera letteraria di Frisch, se è vero quel che scrive Peter Ruedi nella prefazione all'epistolario tra Frisch e Dürrenmatt, cioè che Frisch ritornò per molti anni al lavoro sull'opera, anche dopo le prime rappresentazioni (a Zurigo e Francoforte: entrambe le prestazioni furono definite un respektabler Misserfolg, un rispettabile insuccesso).
Dal canale maxfrischarchiv su Youtube, ricavo questo video, una testimonianza dello stesso Frisch su Graf Öderland. Oltre ad alcune informazioni sulla genesi dell'opera e sulle riscritture seguite alle prime rappresentazioni (se non ho capito male, parla anche di una rappresentazione a Roma, per la quale ha dovuto riscrivere la piéce in tre settimane) e a fornire alcuni accenni sommari al plot (traduco dai titoli in sovraimpressione: Un professore scompare senza lasciare traccia, Un onesto impiegato di banca uccide la famiglia a colpi d'ascia), l'elemento interessante del video è proprio il fatto che abbiamo una testimonianza dello stesso autore.
I lettori più affezionati forse avranno capito (e lo dico adesso, nel caso la cosa non fosse emersa in modo netto) che il Tonno cerca sempre, per quanto possibile, di risalire ad un'interpretazione dell'autore tramite ciò che egli stesso ha lasciato: saggi, interviste, lettere, diari, tutto fa brodo. Oltre ad un'attenta analisi del contesto storico e sociale in cui nascono le opere e, of course, ad una disamina dei testi di riferimento di letteratura critica, mi sembra l'unico sistema per cogliere nel testo dei significati vicini a quanto l'autore può aver pensato.
E' una strada possibile. Mi limito ad accennarla a grandi linee, conscio del fatto che a molti sembrerà la scoperta dell'acqua calda. Nel mio percorso di formazione è però il punto di partenza di una ricerca che non so come evolverà (questo lo dirà il tempo). Capirete quindi perché, ancorché questo sia solo un modesto punto da cui partire, rivesta per me una certa importanza e decida di parlarne nel blog.

PS - Nei primi fotogrammi del video su Graf Öderland si vede un attore barbuto: secondo me è lo stesso che interpreta, senza barba, Schmitz in questo adattamento televisivo di Biedermann und die Brandstifter. Che il Tonno abbia preso l'ennesimo granchio?

martedì 2 marzo 2010

Il Tonno che fuma e Max Frisch

I lettori conoscono il Tonno che fuma come un patito di Günter Grass: diversi post di questo blog sono stati spesi infatti in favore di questo grande autore e molti altri interventi seguiranno. Quello che però non è mai emerso, se non marginalmente nell'ultimo post prima di quello che state leggendo, è che oltre a Grass ci sono altri autori che stuzzicano l'attenzione del Tonno. Uno di questi è lo svizzero Max Frisch.
Pare che il Tonno che fuma faccia apposta a scegliersi autori perennemente con la pipa in bocca. No, non è questo che mi spinge a prendere in considerazione certi personaggi. Diciamo che la passione è nata per una serie di combinazioni più o meno casuali. Vedo di parlarvene.

Un giorno navigavo in una bancarella telematica su Ebay, alla ricerca di titoli tedeschi disponibili a basso prezzo sul mercato italiano. Mi sono ritrovato una copia di Stiller, del 1954. Che sarà mai? Boh, lo compro, tanto cosa vuoi che siano 1 € di libro e 2,50 di spedizione... Intanto però lo staffilococco della curiosità era penetrato per le branchie del Tonno ed era arrivato fino alla testa. Ahi ahi, brutta cosa, quando al Tonno succedono queste cose non c'è veterinario che tenga, bisogna andare a fondo e cercare, cercare, cercare tutto quello che suggerisce la fantasia. E così ho scoperto che esiste questo romanzo: non solo, ma di Frisch ne esistono anche diversi altri. Ad esempio, c'è un altro capolavoro, l'unico titolo di Frisch, assieme a Stiller, che mi sembra di facile reperibilità in Italia: Homo Faber. Feltrinelli, di recente, ne ha proposto un'edizione speciale per i cinquant'anni della casa editrice, con tanto di copertina cartonata in luogo dell'anonima ed economica brossura. Miei! Tempo qualche giorno, e mi arriva a casa pure la traduzione di Frisch. Non pago, però, decido di comprare una copia di Homo Faber in lingua originale, fresca di stampa, con tanto di introduzione ed apparato critico e con il marchio "Surkhamp" (indicazione indispensabile nel caso voleste comprarla: sarebbe un buon acquisto!) ben visibile in copertina. Goduria delle godurie: è un romanzo che sto centellinando e che alterno come lettura della buonanotte ai miei mattonazzi grassiani (per la cronaca, l'ultimo che sto consumando voracemente è Ein weites Feld/Una lunga storia). Lo stile di Homo Faber è essenziale, spoglio, oserei dire nudo: eppure è proprio questo che fa avvertire la forza della narrazione. Si tratta di un'evocazione, di un Erlebnis, della rivisitazione di un vissuto: senza cercare empatia nel lettore e senza indugiare in ampie campate narrative indicative di un particolare stato d'animo, Homo Faber conquista pagina per pagina...

...comunque, a parte la digressione da Tonno su Homo Faber, chiaramente indicativa della mia passione per questo autore, non vi ho detto la seconda ragione che mi ha spinto ad interessarmi di Frisch. Ancora una volta sono riconoscente ad Empedocle70 che, durante una conversazione serotina nei meandri telematici facebookiani, mi consigliò di leggere Der Richter und sein Henker/Il giudice e il suo boia di Friedrich Dürrenmatt, autore che già avevo avuto modo di apprezzare in alcuni racconti (vedi la superba Panne).
Così facendo non solo Empedocle mi ha consigliato un libro che più tardi ho letto con grande piacere, ma ha messo in moto una "macchina" per trovare un'edizione italiana di Der Richter und sein Henker. Proprio durante queste ricerche mi sono imbattuto, del tutto casualmente e con grande stupore, in una traduzione in italiano dell'epistolario tra Frisch e Dürrenmatt. Sapere che Frisch fosse amico di Dürrenmatt, autore che, come ho detto, mi piace molto, è stato un'ulteriore scintilla che mi ha spinto ad approfondire le mie ricerche frischian... frischich... beh, insomma, su Max Frisch e sul suo mondo creativo.

E' incredibile: non so perché ma ho provato, e sto provando tuttora, la spinta genuina che mi ha animato quando poco più di un anno fa ho letto il grassiano Im Krebsgang/Il passo del gambero, la stessa spinta che mi ha portato a definire Günter Grass come mio fronte di ricerca principale in ambito germanistico.
Chiaro, c'è ancora moltissimo da leggere, e non solo in termini di produzione in prosa ma anche teatrale (nella lista delle recenti acquisizioni e delle letture da compiere c'è ad esempio Biedermann und die Brandstifter, assieme a Graf Öderland). Quanto alla ricerca di letteratura secondaria, poi, è ancora buio pesto. Conto però di fare chiaro, prima o poi, su questo autore, tutto sommato sicuro del fatto che non si tratta solo di un'infatuazione momentanea, ma di qualcosa di più. Frisch, per tutta una serie di motivi che non sto a spiegarvi (tra l'altro è mezzanotte e il letto comincia a guardarmi con fare seducente), è andato a ravanare in profondità e ha toccato qualcosa, tante cose. Sicuramente da parte mia ne risentirete parlare: parola di Tonno che fuma.

sabato 20 febbraio 2010

Ortografia tedesca: link consigliati

Spesso abbiamo piccoli dubbi di ortografia, anche quando scriviamo nella nostra lingua madre, figuriamoci quando ci capita di scrivere in una lingua straniera. Se poi questa lingua è il tedesco, i problemi di ortografia sono veramente all'ordine del giorno. Come se non bastasse, da qualche anno nei paesi di lingua tedesca è entrata in vigore la riforma ortografica, che complica ulteriormente la vita ai poveri studenti DaF.
Ecco allora due risorse che possono venirci in aiuto:

http://www.korrekturen.de/
http://www.canoo.net

Il primo sito raccoglie e risolve gli errori e i dubbi più frequenti, quelli, tanto per intenderci, come la "i" nei plurali femminili per noi italofoni. Il secondo invece è un dizionario monolingua che fornisce, oltre alle consuete indicazioni di significato, altri rimandi alla Wortbildung (la formazione delle parole composte, altro tasto dolente per gli italiani in odore di DaF) e agli etimi.
Spero di aver fatto cosa utile per gli aspiranti germanisti all'ascolto! Vi ringrazio per la lettura e vi auguro una buona serata segnalandovi questo canale su Youtube interamente dedicato alla figura di Max Frisch, nome eminente della letteratura tedesca contemporanea e personaggio di primo piano, assieme a Friedrich Dürrenmatt, della vita culturale svizzera della seconda metà del novecento.

venerdì 4 dicembre 2009

Michele Cometa: "Guida alla germanistica"

Lo sto provando sulla mia pelle. Biblioteche ed archivi non sono mai stati strumenti con cui è facile prendere confidenza. Se già si fa fatica ad accedere a risorse di catalogo nella propria lingua, figuriamoci cosa vuol dire costruire una bibliografia su un argomento in lingua straniera.
D'accordo, possiamo risalire ad alcuni dei titoli più importanti su un argomento X, ad esempio, cercando su Google, facendo preferibilmente precedere la ricerca telematica da un'analisi delle bibliografie degli altri saggi su X già in nostro possesso. Google però non è un santo e ha dei limiti, non ultimo il fatto che, data una chiave di ricerca, trova tutte - o quasi - le ricorrenze di tale chiave nell'intero mare magnum telematico. Alzi la mano chi ha pazienza di spulciare una ad una le migliaia di pagine che a volte possono risultare da una ricerca in Google...
A volte però la manualistica può darci una mano. Non credo sia facile trovare una guida for dummies per spulciare archivi, anzi, meglio sfatare ogni illusione: non esistono, almeno che sappia io, libri che spieghino in un linguaggio comprensibile termini incomprensibili ai comuni mortali come la classificazione Dewey, o importanti tecniche di sopravvivenza a bibliotecari a volte scortesi ai limiti dell'umanamente concepibile. Esistono però, e di questo dobbiamo ringraziare ancora una volta la manualistica Laterza, guide che fanno un sunto delle principali risorse bibliografiche e sitografiche relative ad argomenti di teoria, storia e critica letteraria. È il caso di Guida alla germanistica. Manuale d'uso di Michele Cometa, ordinario di letterature comparate presso l'università di Palermo e autore di numerosi saggi sulla cultura letteraria tedesca nell'ottocento (tra i vari titoli, oltre ad un manuale pubblicato nella collana di letteratura tedesca di Laterza, mi ripeto nella citazione di un interessante saggio posto come prefazione all'edizione Marsilio di Beim Vetters Eckfenster-La finestra ad angolo del cugino di E.T.A. Hoffmann).
Il manuale è del 1999 e risale perciò ad un periodo in cui internet, per quanto sviluppato, non aveva ancora la diffusione capillare di cui gode oggidì. Un manuale come quello di cui stiamo scrivendo aveva perciò ancora più senso perché, non essendoci ancora grande confidenza con strumenti come i motori di ricerca e non esistendo ancora social network e forum (strumenti per eccellenza del tam-tam telematico) paragonabili a quelli odierni per dimensioni e funzionalità, trovare risorse o fonti di risorse poteva essere poco agevole e avrebbe richiesto molti sforzi in più.
Ora che i mezzi tecnologici si sono evoluti ed è più facile accedere a cataloghi, fondi e riviste on line etc. , la situazione è certamente meno ostica. Resta però un problema di primaria importanza: se si hanno tra le mani mezzi efficaci come la consultazione degli archivi e internet ma non si sa come adoperarli, ogni sforzo può risultare vano. La questione risulta difficile tanto più se si pensa che spesso tra gli studenti universitari - contrariamente a quanto succede in altri ambienti accademici, per quanto ho potuto direttamente constatare - il gusto per la ricerca di materiali specifici, e il conseguente scambio brulicante di competenze e risorse, pare non aver luogo nemmeno in vista della tesi della triennale. A maggior ragione è utile avere tra le mani un libro come quello di Cometa: chiaramente il testo non insegna come far lavorare il pc o il bibliotecario al proprio posto, ma consente di avere una bussola, dei punti di riferimento essenziali per potersi affacciare nel mondo della germanistica, costruire una bibliografia ragionata, scrivere tesine, recensioni e saggi brevi con cognizione di causa e, last but not least, anche per pensare ad un soggiorno di studio in Germania.
Speriamo che altri aspiranti germanisti si accorgano di questo manuale e ne facciano uso: scommetto che ne trarranno giovamento!

martedì 1 dicembre 2009

Thomas Bernhard: "Der Keller. Eine Entziehung"

Vi confesso che stamattina ero partito con l'idea di scrivere un post su Heinrich Böll, nome di indiscussa importanza nella letteratura tedesca del secondo dopoguerra. In questo periodo leggo a tempo perso alcuni lavori (per lo più racconti e saggi) della sua produzione negli anni '50, sia in tedesco che in traduzione italiana, con il progetto di cominciare, più prima che poi, il capolavoro Gruppenbild mit Dame-Foto di gruppo con signora.
Invece faccio una cosa che mi è saltata in testa poco fa: di Böll parlerò più avanti, mentre oggi vi intratterrò con un breve articolo su Thomas Bernhard. In particolare mi soffermerò su uno dei suoi lavori autobiografici, Der Keller. Eine Entziehung-La cantina. Una via di scampo, uscito nel 1977 e disponibile in tedesco per i tipi dell'onnipresente DTV, mentre la traduzione italiana è stata pubblicata da Adelphi.
C'è da dire che in Italia si sono occupati di Bernhard nomi di rilievo, da tempo presenti nel mercato editoriale presso editori come Adelphi, Einaudi, Mondadori. Dando un'occhiata ai nomi di traduttori e curatori spiccano infatti, oltre a Andreina Lavagetto (traduttrice per Einaudi di Rilke e Kafka), a Eugenio Bernardi (presenza importante della germanistica italiana negli ultimi anni. È lui il traduttore del libro di oggi) e a Anna Maria Carpi (che ha tradotto Nietzsche ed Enzensberger e ha scritto su Grimmelshausen e Kleist), anche Luigi Reitani e Claudio Groff, cui il Tonno ha accennato tempo addietro (post su Reitani e post su Groff).

Venendo all'oggetto del post, La cantina è un lungo monologo autobiografico: un'adolescenza difficile, caratterizzata soprattutto da una pesante insofferenza verso la scuola, che inserisce il singolo in un meccanismo (questa l'espressione usata da Bernhard) mortale, incapace di svilupparne le potenzialità.
Un giorno, improvvisamente, l'autore compie una decisione fondamentale nella sua vita: lascia la scuola e decide di andare a lavorare come apprendista in una cantina dello Scherzhauserfeld, il Bronx di Salisburgo, che il commerciante Karl Podlaha ha deciso di adibire a negozio di alimentari. Bernhard viene a contatto con una realtà sociale, quella dello Scherzhauserfeld, degradata e degradante, che brama costantemente l'ascesa sociale: un'ascesa non arriva mai e che deve scontrarsi con l'indifferenza e l'ostilità da parte dei quartieri borghesi di Salisburgo.
La via di scampo dalla scuola diventa perciò per Bernhard una grande palestra di vita, in cui imparare a conoscere e a comunicare con la gente, divisa tra desideri, frustrazioni, aspirazioni: insomma, la cantina di Karl Podlaha rappresenta la fonte da cui scaturisce il materiale che poi diventerà la base imprescindibile del lavoro letterario.

Forse si è già capito, ma ci tengo a ribadirlo: questo autore mi incuriosisce molto. Per meglio comprendere questa importante figura del novecento letterario tedesco e non solo, vorrei leggere due saggi. Il primo è di Aldo Gargani e si intitola La frase infinita. Thomas Bernhard e la cultura austriaca (Laterza, 1990): a leggere le recensioni, pare si tratti di un saggio che contestualizza la figura di Bernhard all'interno del clima culturale austriaco e tedesco. Il secondo è un titolo più specifico scritto dal già citato Luigi Reitani, Thomas Bernhard e la musica (Carocci), intrigante per più motivi: innanzitutto la musica, a quanto pare, costituisce un motivo ispiratore molto forte per Bernhard (Der Untergeher-Il soccombente, per citare l'esempio più eclatante, è incentrato sulla figura del sommo Glenn Gould). E poi, come qualche lettore probabilmente saprà, la musica è per il Tonno non un semplice interesse ma un profondo amore, diciamo pure - credo di non adoperare un'iperbole - l'amore della vita.

[voce da speaker degli anni '60] Come andrà a finire con Thomas Bernhard? Cosa mai verrà fuori dal confronto con questa figura? Lo scoprirete nei prossimi deliri de... Il Tonno che fuma!

E ora, consigli per gli acquisti.

mercoledì 18 novembre 2009

Le ristampe che non ti aspetti

Nel cinquantennale della Blechtrommel, era prevedibile una sua riedizione, o quantomeno una sua ristampa. Feltrinelli non ha deluso le aspettative del pubblico italiano, pubblicando una nuova traduzione del Tamburo di latta ad opera di Bruna Bianchi, che altre volte si è cimentata con lavori di Günter Grass (due su tutti, Der Butt/Il rombo e Das Treffen in Telgte/L'incontro di Telgte. A memoria mia, Bruna Bianchi è anche l'unica ad aver corredato alcune delle sue traduzioni grassiane con utili postfazioni).

Per lungo tempo non si sono trovati Katz und Maus/Gatto e topo e Hundejahre/Anni di cani. Si badi, non erano usciti dal catalogo: semplicemente risultavano esauriti presso l'editore e i principali rivenditori. L'unica soluzione era rivolgersi al mercato dell'usato, che spesso riserva gradevoli sorprese a chi ha pazienza di cercare. Lo stesso Tonno che fuma si è avventurato tra i banchi di librerie - reali e telematiche - per trovare i due titoli che andavano a completare la "Trilogia di Danzica". Sorretto in questo da un forte feticismo collezionistico (oltre che, com'è chiaro, dalla passione per l'autore), il Tonno è riuscito a scovare nientepopodimeno che Gatto e topo nell'edizione dell'Universale economica Feltrinelli (1973; le altre due edizioni, nelle collane I narratori di Feltrinelli e Gli astri, risalgono rispettivamente al 1964 e al 1977) e Anni di cani nella prima edizione italiana (I narratori di Feltrinelli, 1966; la seconda edizione nell'Universale economica Feltrinelli risale al 1977).
Dopo giorni di frenetici contatti telematici e telefonici, nonché dopo innumerevoli contrattazioni (a volte i venditori di libri usati fanno richieste esose), il postino suona a casa Tonno: din don! Con la bava alla bocca, il nostro si precipita giù dalle scale e firma il talloncino della raccomandata, mentre l'esterrefatto postino non riesce a spiegarsi il perché di tanta frenesia. Un'altra corsa per ritornare in casa e, dopo aver pericolosamente armeggiato con le forbici per aprire i pacchi, l'orgasmo letterario: i due libri. La Trilogia è completa!
Eppure c'è qualcosa che non va. Ma come? I libri sono arrivati, belli, con quella patina giallognola sulla sovracoperta, segno dell'implacabile scorrere del tempo. E poi c'è quel piacere compulsivo nel collezionare libri che quando viene soddisfatto dovrebbe farti stare tranquillo per un bel po'. E invece no: al Tonno prende un velo di malinconia a pensare che dovrà sverginare le pagine con le sue micidiali sottolineature. L'oggetto antico, da collezione, è intangibile per definizione. Si offre quindi un interrogativo amletico: sottolineare o rinunciare agli antiestetici segnacci che, pur visivamente sgradevoli, sono comunque indispensabili per poter leggere il testo e cogliere con precisione tutti i rimandi possibili, infratestuali e non?
Notti insonni, angoscianti riflessioni quotidiane per giungere all'amara conclusione che i segni, pur brutti, si devono fare. Con la prospettiva di rovinare per sempre dei libri che tanto sono stati difficili da trovare: avrei compiuto un imperdonabile delitto. (nella foto qui accanto, un libro "stuprato" per un esame all'università)
Nella vita molte scelte comportano sacrifici e io, inguaribile bibliofilo con però il tarlo faustiano dell'onniscienza, ho optato con dolore e somma sofferenza per sacrificare gli affezionatissimi oggetti sull'altare dell'apprendimento.

Oggi, finendo un pomeriggio di prove, passo in libreria per ammazzare il tempo. Mi soffermo presso il consueto scaffale. La sezione di letteratura straniera offre tanti titoli, roba però relativamente scontata: i grandi classici nelle edizioni BUR e Garzanti, qualche titolo dell'Universale Feltrinelli che oramai conoscono pure i sassi (alzi la mano chi non ha letto in terza media L'amico ritrovato di Fred Uhlman...), un po' di letteratura da ombrellone alla Clive Cussler.
L'occhio cade molto pigramente sulla G di Grass. Vabbè, ci saranno "Camera oscura", che non c'è una libreria che non ti venda quel costoso volumetto dell'Einaudi, e il Tamburo, perché guai ad avere autori stranieri e non avere il Tamburo di latta.
E invece cosa scopro? Due ristampe, fresche fresche di torchio, di Gatto e topo e Hundejahre! Come mai, improvvisamente, l'imponente macchina editoriale della Feltrinelli si è mossa per ridare alle stampe libri che non si trovavano da un casino di tempo? Cos'è mai passato per la testa ai capoccia dell'ufficio commerciale? Non c'è tempo per porsi tante domande, ora o mai più, domani qualche altro patito grassiano può comprare i libri al posto mio. Torno tra qualche giorno e non lo vedo già più? No, sarebbe un errore che non mi perdonerei mai...
La soluzione al dubbio amletico che tanto mi ha attanagliato è piovuta come la manna dal cielo! Non sono più costretto ad optare per la menomazione delle vecchie edizioni: finalmente, dopo mesi di agonia, ho potuto trovare la ristampa (Feltrinelli dice che trattasi di "edizione aggiornata") di quei due libri. Afferro i tomi e, tessera sconto alla mano, vado alla cassa; poi, libri alla mano, ritorno gongolante a casa.
Oggi era una giornata storta e questo banale avvenimento, assieme all'incontro casuale con un vecchio amico che non vedevo da tempo, me l'ha cambiata.

A questo punto, come tutte le favole, anche questa ha una morale. Anzi, la morale è duplice: 1)le cose più belle sono quelle più semplici e inaspettate; 2)ogni tanto non guasta avere fede nei grandi editori. Non si sa mai che escano, quasi per caso, le ristampe che non ti aspetti...

martedì 10 novembre 2009

Una rivista on line: "German as a foreign language"

Per chi è iscritto ad un corso di lingue e letterature straniere è fondamentale frequentare i lettorati e seguire i corsi di lingua: così facendo, da una parte si entra in contatto con la lingua viva, lontana dalle pur necessarie semplificazioni che offrono i libri di testo, dall'altra si acquisisce una consapevolezza grammaticale e non solo che è imprescindibile.
Spesso però non ci si chiede come acquisire la lingua: si ereditano dei metodi di studio precostruiti che poi non ci si preoccupa di affinare.
Chi per un motivo o per un altro focalizza la propria attenzione sui frutti del medium linguistico (dalla più infima letteratura di consumo al più sublime romanzo mai scritto) tende secondo me a perdere di vista il percorso con cui si fa proprio un linguaggio e si impara progressivamente a piegarlo alle proprie esigenze, non solo di studio ma di comunicazione quotidiana. Del resto, chi di noi non adopera un lessico, certe costruzioni, delle locuzioni particolari, riflesso di un determinato modo di interfacciarsi con la realtà?
Certe domande ha incominciato a porsele anche il Tonno: questi è un malato cronico di SNF, che detta così può sembrare come la sorella minore dell'influenza suina, ma altro non è che la Sindrome del Non Frequentante, la malattia di colui che, per un motivo o per un altro, è costretto a saltare le lezioni all'università.
Va da sè che chi salta le lezioni deve recuperare da solo ed è perciò costretto a costruirsi autonomamente un metodo di studio. La cosa ha degli indubbi effetti positivi, ma chi lavora da solo è come un povero cristo che vola a vista in condizioni di brutto tempo con la radio spenta: può essere aiutato dal radiofaro, dal radiogoniometro, può trovare a terra dei punti di riferimento che gli fanno capire dove si trova. Siccome però la radio è rotta, non può ricevere i vettori, le indicazioni che tanto gli farebbero comodo per raggiungere l'aeroporto di destinazione. Allora, carte alla mano, plotter, sestante e pilota automatico, qualcosa può provare a fare. Il rischio di non atterrare dove si vorrebbe c'è sempre, ma almeno si può provare a toccare terra, se non nell'aeroporto previsto, quantomeno nell'alternato.
Il rapporto tra il Tonno e il tedesco è più o meno così: scarsa possibilità di seguire i lettorati se non facendo i salti mortali (e dio solo sa quanto mi costi il lettorato di venerdì), una didattica spesso scadente (ahimè si salvano in pochi) e, come contraltare a questo confuso marasma, chiari obiettivi finali: bisogna saper padroneggiare questo, quell'altro, quell'altro ancora, tradurre i tali testi, sapere le tali dispense...
Cosa fare, allora? Calma e gesso. Intanto, ritagliarsi un po' di tempo ogni giorno, dalle due alle tre ore e mezzo a seconda di quello che la chitarra permette di fare. E nel frattempo, munirsi delle adeguate bibliografie e cercare un modo per venirne fuori...
E mò come si fa? Non voglio sostituirmi agli studiosi di scienze del linguaggio, non ne ho gli strumenti e soprattutto non ne ho la forma mentis. Semplicemente cerco di adeguare i mezzi che mi ritrovo (libri di testo, grammatiche, eserciziari) agli obiettivi che devo raggiungere (che so, il Konjunktiv I e la Redewiedergabe): imparo certe costruzioni e argomenti grammaticali sui libri di testo e nelle grammatiche, provo ad individuarli nei testi che devo tradurre, cerco di impiegarli negli esercizi di produzione scritta e nelle conversazioni con i madrelingua (cioè i lettori).

Accanto a questo tipo di approccio "spiccio", però, è sempre bene affiancare certi strumenti che diano maggior consapevolezza riguardo all'acquisizione DaF (Deutsch als Fremdsprache, cioè il tedesco come lingua straniera): così, oltre ai testi di morfologia e alle dispense generosamente (notare la lieve nota ironica) messe a disposizione dal dipartimento, il Tonno cerca su internet qualcosa che lo possa aiutare.
Ed eccomi perciò arrivato all'oggetto del topic: "German as a foreign language", una rivista on line che parla appunto degli aspetti più vari del tedesco come L2. La rivista è chiaramente destinata agli addetti ai lavori, agli esperti di linguistica, ma alcuni articoli in tedesco non sono fuori portata per chi, come il Tonno che fuma, viaggia verso il B2 e, si spera, oltre. Mal che vada ci sono anche interessanti contributi in inglese. Tutti questi testi possono essere, se non decisivi, almeno degli interessanti contenitori in cui trovare degli useful hints per impadronirsi di una lingua diversa da quella che si parla normalmente. In mancanza di guide affidabili e/o stabili, si adopera ciò che si ha e che si trova: se poi si incappa in materiali di buona qualità, tanto meglio!



Postilla della buonanotte del Tonno. Per le lingue, per la musica e per la pipa non ci sono ricette universali: come ho scritto nel mio ultimo intervento, sta ad ognuno trovare la propria, prendendo (questo lo aggiungo ora) in prestito elementi da qualsiasi fonte gli paia funzionale e coerente con il percorso che sta facendo. Poi è una questione di sacrificio, applicazione, tempo.
E allora a noi poveri Tonni non resta altro che aprire un cero a Sant'Agnese, santa protettrice dei pericoli in mare, e aspettare che, mentre noi ci diamo da fare, il tempo faccia il suo corso. Chi vivrà vedrà...