mercoledì 2 febbraio 2011

"Autunno a Waterloo"

Ebbene sì, diciamocelo: con l'avvento dei blog ci sentiamo tutti un po' scrittori. Non che prima non ci sentissimo tali, ma da quando ha preso piede la moda del diario telematico il web ha incominciato a proliferare di nuovi "artisti".
Per quanto mi è stato possibile riscontrare in alcune community di scrittura e in certi blog, ho trovato un uso medio della lingua abbastanza buono, che non lesina nel ricorrere a campi semantici eterogenei, fa buon uso della punteggiatura e via dicendo. Al di là però dei pregi "calligrafici", mi sembra di scorgere un tono decisamente monocorde: si leggono storie qualunquiste, fatte di amori, tradimenti, dipendenze, ansie esistenziali piccolo-borghesi sublimate spesso e volentieri nella forma di un monologo interiore a sintassi fortemente frammentata. Insomma, contenuti triti in contenitori stereotipati, frutto di personalità che paiono prendere troppo sul serio il proprio ruolo di scrittori della domenica e che credono di poter contendere ai grandi un posto nell'Olimpo letterario.
Non sto dicendo, intendiamoci, che la scrittura debba rifuggere come la peste il mondo della soggettività: dico solo che quella della soggettività è un'arma a doppio taglio, da usare con maestria e che, probabilmente, bisogna considerarla come punto di arrivo della propria ricerca creativa piuttosto che come punto di partenza (altrimenti, tanto vale che smettiamo di leggere e che stiamo a sentire solo certi diari de "L'uomo della notte" di Costanzo).
Le mie innumerevoli tare mentali non mi impediscono però di gradire blog di nuovi autori che cominciano a muovere i primi passi nella scrittura in prosa con la giusta freschezza e con un sincero gusto per la sperimentazione. Ringrazio perciò sentitamente un attento lettore, che mi ha portato a conoscenza dell'esistenza di "Autunno a Waterloo", originale esperimento di diario telematico.

"Autunno a Waterloo", firmato - manco a farlo apposta - da un certo Napoleon, si pone sin dal sottotitolo come "romanzo in progress": lo si legge quindi come un cantiere a cielo aperto, nel quale lo scrittore invita chi legge a soffermarsi. Si soprassiede quindi alle piccole intemperanze stilistiche e ci si affida ad uno stile narrativo fresco, lontano da contorti intimismi intellettualoidi. Si nota anche un certo divertimento nello sperimentare curiosamente linguaggi e stili diversi, passando dall'ansiogeno polisindeto di "Tempesta di neve" al surreale "Geometricamente" e a "Luna nefasta luna", incubo splatter dove diventa difficile capire se si è nel sogno o nella realtà. Vengono in mente gli "Esercizi di stile" di Raymond Queneau, con la differenza che mentre Queneau rileggeva sempre il medesimo episodio in chiavi di volta in volta diverse, "Autunno a Waterloo" sceglie un linguaggio per ogni episodio, in maniera randomica, dipingendoci il narratore come un individuo singolare, con inclinazioni psicotiche a metà tra personalità ossessivo-compulsiva e paranoide. Insomma, un personaggio intrigante.

Il peso di una soggettività apparentemente malata che narra i propri finti drammi, in un intimismo di maniera da scapigliatura d'accatto, è qui assente. L'adozione di una focalizzazione intradiegetica non si pone in modo sgradevole: al contrario, oserei dire che si finisce per affezionarsi al narratore e alle sue evoluzioni scrittorie.
Spes ultima dea, perché con "Autunno a Waterloo" resta accesa una luce di speranza, che fa vedere che la prosa sul web non è solo quella dei - perdonatemi l'autocitazione - patetici aborti di sceneggiatura, ma anche quella di persone che, pur non avendo consacrato interamente la vita alla propria vocazione scrittoria, sanno creare una buona macchina narrativa evitando gli inutili ed estetizzanti autocompiacimenti tipici di molti scrittori per hobby.

venerdì 21 gennaio 2011

Qualche ragione per scrivere

A parziale emendamento del post precedente, qualche ragione per scrivere ce l'ho. E se non mi getterò sui miei esperimenti (aborti?) di prosa o nei meandri gustativi della pipa e del sigaro, parlerò di letteratura con un paio di recensioni. Leggerete quindi un paio di articoli su un esperimento - questo si, assolutamente degno - di scrittura sul web intitolato Autunno a Waterloo e su una recente pubblicazione dell'editore duepunti, La partenza di Ernst Stadler.
Bene, ho anticipato l'anticipabile. Ora c'è solamente da riadattare le idee e metterle su carta, pardon, su schermo.
Rimanete sintonizzati.

martedì 18 gennaio 2011

Boh

Scusatemi, è da tanto che non scrivo sul blog.
E potrei dire anche che mi manca il tempo, ma quello che manca veramente sono le idee!
E' una fase di transizione, niente di drammatico. Ma è difficile riuscire a "quagliare", a trovare qualcosa che sia degno di essere condiviso. Non è, o non è solo, una riflessione sui limiti del linguaggio verbale: quando manca la materia prima...

martedì 14 dicembre 2010

Buone feste

Anche quest'anno il Tonno che fuma augura buon Natale e felice Anno Nuovo a tutte le lettrici e a tutti i lettori!

giovedì 11 novembre 2010

Senza titolo: un esperimento di prosa


(questo post è uscito anche su Gruppo Abeliano)
Eppure non ci riusciva. Ogni volta che cercava di sverginare il foglio bianco con la biro blu rimaneva inebetito, come paralizzato da una sorta di timore reverenziale. Nella sua testa di studente di lettere risuonavano parole roboanti imparate nelle antologie e negli articoli di critica: realismo magico, ode barbara, endecasillabo, sirventes, stream of consciousness, coblas capfinidas… i tecnicismi della critica, segno per lui del peso immane del passato che lo precedeva, lo opprimevano. E infatti era schiacciato tra un passato più grande di lui ed un presente in cui non si sentiva a suo agio. Di qua l’urne de’ grandi, che a egregie cose l’animo accendono (ma davanti alle quali comunque ti sentirai sempre una nullità), di là le piazze virtuali dei piccoli che, dall’alto delle loro letture superficiali di classici in edizione economica e di patetici aborti di sceneggiatura spacciati per grandi romanzi, accendono flame e dettano legge su cose conosciute per sentito dire. Di qua grandi classici che parlano dell’umanità e incutono timore riverenziale, di là giovani bersaniane inutili che parlano di gruppi indie rock sconosciuti ai più e incutono un solenne giramento di coglioni.
Una morsa era, una morsa che lo rendeva impotente. Come vedeva il diarismo dei racconti distribuiti alla fermata del tram e venerati come capolavori dello scrivere odierno, scattava il suo orgoglio intellettuale per il quale si sentiva sempre più bravo, più d’élite degli altri. E pensava sempre mir ekelt von diesem tintelkleksenden Saekulum, citando il Karl Moor dei Masnadieri di Schiller schifato dai suoi contemporanei imbrattapagine. Ma quando era lì lì per aprire il bloc notes o non ne usciva nulla, e allora ritornava con la coda tra le gambe a studiare, oppure… ogni tanto, non crediate, qualcosa si faceva strada. Come un fiume in piena, il giovane scrittore palpitava di grandi emozioni e sentimenti, in un plateau letterario che faceva vivere attimi al cardiopalma: ma al momento dell’orgasmo creativo, quando incominciavano a fluire le prime parole parole sul foglio, una sgradevole sensazione di coito interrotto. Guardava il foglio e vedeva le poche parole che erano uscite dalla biro bic: sempre caro mi fu quest’ermo colle. La maledizione postmodernista lo aveva colpito ancora: siccome non riusciva a trovare il bandolo della matassa di un mondo che gli era incomprensibile, incominciava a riempire la pagina con un collage di versi già sentiti, nella speranza di creare, con la roba vecchia, un minestrone che sapesse di nuovo. Ma lo sapeva fin troppo bene che la minestra la puoi riscaldare fino ad un certo punto, poi sa di troppo cotto. E se ne ritornava invariabilmente a cuccia.
Durante una giornata uggiosa, di quelle che se almeno piovesse sarebbe meglio perché il cielo bianco non vuol dire nulla, gli venne improvvisamente un’idea: e se non fosse stata proprio la sua incapacità di scrivere il racconto che aspettava da anni, la rivelazione di cui aveva bisogno? Si sedette alla scrivania e prese il suo bloc notes ancora vergine. Nessun plateau letterario, nessun orgasmo creativo: come per magia, l’inchiostro fluiva a fiumi dalla bic blu. Per una volta non sentiva l’oppressione dello scollamento tra i suoi pensieri e le parole, o del confronto tra sé e gli altri. Scrisse un racconto che parlava di uno come lui, che non riusciva a scrivere ma che aveva scoperto che l’unica cosa che riusciva a comunicare a parole era, paradossalmente, l’incomunicabilità verbale delle emozioni. In fin dei conti, concludeva il suo personaggio, ognuno ha il suo linguaggio verbale, che non coincide mai con quello degli altri e che impedisce un dialogo dove ci si comprenda integralmente a vicenda: forse l’unico dialogo in cui le due parti si capiscono entrambe al cento per cento è proprio il monologo.
Probabilmente non pensava queste cose, o le pensava fino ad un certo punto. Sicuramente aveva copiato quello che aveva scritto uno dei suoi grandi miti letterari, Thomas Bernhard. Per una volta però, e di questo era sicuro, non si sentiva in colpa per aver fatto proprie parole e pensieri degli altri: non lo faceva perché sapeva di aver preso, anche di striscio, una delle grandi domande che si poneva da quando era entrato in quella che chiamano “età del giudizio”.
In fin dei conti sapeva di aver scritto, per la prima e forse ultima volta, qualcosa che potesse dire intimamente suo.