Toh guarda! Mi hanno intitolato una carta Magic!
(in realtà sono i danni mentali causati dalle calure estive)
venerdì 23 luglio 2010
Tonno che Magic
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cazzate non altrimenti classificabili
giovedì 8 luglio 2010
M. Frisch - F. Dürrenmatt: "Corrispondenza"
Ho appena terminato di leggere Corrispondenza, il volume che raccoglie il carteggio epistolare tra Friedrich Dürrenmatt e Max Frisch, corredato da un bellissimo apparato critico a cura di Peter Rüedi (edizioni Casagrande).
Questo libro colma, almeno parzialmente, una lacuna nel mercato editoriale italiano: almeno che io sappia, non esistono monografie in italiano su questi autori. Non mancano i saggi che focalizzano singoli aspetti della loro produzione, anzi, direi che esistono degli esempi veramente edificanti, come alcuni saggi delle raccolte Il romanzo tedesco del novecento, a cura di Cesare Cases per i tipi di Einaudi, e Costruir su macerie del già citato Maurizio Pirro per Graphiservice. Mancano però contributi che ritraggano a tutto tondo i due "numi tutelari" della letteratura elvetica del novecento e che uniscano ai meri dati biografici un solido inquadramento nell'ambito della cultura svizzera e tedesca in generale.
Bisogna essere sinceri. L'epistolario di Frisch e Dürrenmatt soffre di due grandi difetti: dimensioni ristrette e alternanza di periodi di contatti frequenti ad altri, a volte molto lunghi, di silenzio. Questo costringe spesso a leggere tra le righe, ad interpretare lettere a volte talmente stringate da non riuscire a capire di che cosa si stia parlando. Peter Rüedi, il curatore, ci aiuta da una parte tramite una tavola sinottica che mostra in parallelo vita ed opere di Frisch e Dürrenmatt, dall'altra con un apparato di note molto preciso, ricco di puntuali riferimenti sia ai corpus creativi che alla ricezione da parte della critica.
Il vero punto di forza dell'apparato di Rüedi è però un saggio introduttivo che, a parte qualche piccola prolissità, non esito a definire bellissimo. In sintesi, questa lunga prefazione demolisce il luogo comune che voleva Frisch e Dürrenmatt come un'entità indivisibile, un equivoco - nato in Germania e poi diffusosi a macchia d'olio - opera di critici che accorpavano senza tanti riguardi i due personaggi, indicandoli come unici personaggi degni di nota nella realtà culturale svizzera; una Svizzera percepita da molti come provinciale, isolata, sterile: Schweiz als Gefängnis, la Svizzera come prigione, ebbe modo di dire lo stesso Dürrenmatt in un suo celebre discorso tenuto poco prima di morire.
Se è vero che Frisch e Dürrenmatt erano accomunati, oltre che da stima reciproca, anche da una comune insofferenza per la Svizzera contemporanea - che, risparmiata dalla seconda guerra mondiale era sostanzialmente rimasta fuori dal procedere storico, perdendo una grande occasione per costruire una forte identità nazionale - , è anche vero che il loro rapporto fu costellato di innumerevoli alti e bassi. L'amicizia tra queste due grandi personalità è stata segnata da innumerevoli incomprensioni, da provocazioni più o meno aperte, da una competizione non sempre sana in cui giocavano un ruolo non secondario molte istituzioni culturali svizzere (penso ai teatri stabili di Zurigo, primi anni '50, e Basilea, fine degli anni '60) e cui molti intellettuali tedeschi assistevano in qualità di spettatori non sempre entusiasti e schierati apertamente da una delle due parti (mi viene in mente Uwe Johnson, che intrattenne una lunga corrispondenza epistolare con Frisch e non mancò di segnalare all'amico l'insensatezza delle varie querelle con Dürrenmatt).
Rüedi, forte di una conoscenza capillare di Dürrenmatt e di una dichiaratamente meno forte, ma comunque significativa, di Frisch, racconta questa serie di eventi collocandoli nella scena culturale svizzera del dopoguerra e facendo emergere due ritratti molto diversi, che fanno effettivamente a pugni con l'immagine del "binomio di ferro" e della perfetta consonanza tra Frisch e Dürrenmatt: lucido e distaccato il primo, forse più geniale ma intimamente più tormentato il secondo. Tutto l'apparato, comunque, è teso a demolire il luogo comune di un'amicizia di ferro. Io e Dürrenmatt siamo condannati ad essere amici, confessò Frisch in un'intervista televisiva del 1961 rilasciata a Corinne Pulver: forse già sentiva il peso degli attriti e presagiva la fine che sarebbe arrivata venticinque anni dopo, con una commovente lettera da parte di Dürrenmatt che chiude la raccolta di cui vi ho appena parlato.
In conclusione, se siete interessati alla letteratura tedesca contemporanea fate un salto su BOL o IBS e comprate questo libro. Vedrete che saranno soldi ben spesi.
Bisogna essere sinceri. L'epistolario di Frisch e Dürrenmatt soffre di due grandi difetti: dimensioni ristrette e alternanza di periodi di contatti frequenti ad altri, a volte molto lunghi, di silenzio. Questo costringe spesso a leggere tra le righe, ad interpretare lettere a volte talmente stringate da non riuscire a capire di che cosa si stia parlando. Peter Rüedi, il curatore, ci aiuta da una parte tramite una tavola sinottica che mostra in parallelo vita ed opere di Frisch e Dürrenmatt, dall'altra con un apparato di note molto preciso, ricco di puntuali riferimenti sia ai corpus creativi che alla ricezione da parte della critica.
Il vero punto di forza dell'apparato di Rüedi è però un saggio introduttivo che, a parte qualche piccola prolissità, non esito a definire bellissimo. In sintesi, questa lunga prefazione demolisce il luogo comune che voleva Frisch e Dürrenmatt come un'entità indivisibile, un equivoco - nato in Germania e poi diffusosi a macchia d'olio - opera di critici che accorpavano senza tanti riguardi i due personaggi, indicandoli come unici personaggi degni di nota nella realtà culturale svizzera; una Svizzera percepita da molti come provinciale, isolata, sterile: Schweiz als Gefängnis, la Svizzera come prigione, ebbe modo di dire lo stesso Dürrenmatt in un suo celebre discorso tenuto poco prima di morire.
Se è vero che Frisch e Dürrenmatt erano accomunati, oltre che da stima reciproca, anche da una comune insofferenza per la Svizzera contemporanea - che, risparmiata dalla seconda guerra mondiale era sostanzialmente rimasta fuori dal procedere storico, perdendo una grande occasione per costruire una forte identità nazionale - , è anche vero che il loro rapporto fu costellato di innumerevoli alti e bassi. L'amicizia tra queste due grandi personalità è stata segnata da innumerevoli incomprensioni, da provocazioni più o meno aperte, da una competizione non sempre sana in cui giocavano un ruolo non secondario molte istituzioni culturali svizzere (penso ai teatri stabili di Zurigo, primi anni '50, e Basilea, fine degli anni '60) e cui molti intellettuali tedeschi assistevano in qualità di spettatori non sempre entusiasti e schierati apertamente da una delle due parti (mi viene in mente Uwe Johnson, che intrattenne una lunga corrispondenza epistolare con Frisch e non mancò di segnalare all'amico l'insensatezza delle varie querelle con Dürrenmatt).
Rüedi, forte di una conoscenza capillare di Dürrenmatt e di una dichiaratamente meno forte, ma comunque significativa, di Frisch, racconta questa serie di eventi collocandoli nella scena culturale svizzera del dopoguerra e facendo emergere due ritratti molto diversi, che fanno effettivamente a pugni con l'immagine del "binomio di ferro" e della perfetta consonanza tra Frisch e Dürrenmatt: lucido e distaccato il primo, forse più geniale ma intimamente più tormentato il secondo. Tutto l'apparato, comunque, è teso a demolire il luogo comune di un'amicizia di ferro. Io e Dürrenmatt siamo condannati ad essere amici, confessò Frisch in un'intervista televisiva del 1961 rilasciata a Corinne Pulver: forse già sentiva il peso degli attriti e presagiva la fine che sarebbe arrivata venticinque anni dopo, con una commovente lettera da parte di Dürrenmatt che chiude la raccolta di cui vi ho appena parlato.
In conclusione, se siete interessati alla letteratura tedesca contemporanea fate un salto su BOL o IBS e comprate questo libro. Vedrete che saranno soldi ben spesi.
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mercoledì 30 giugno 2010
Il Tonno e il Toscano, parte seconda. Alcune annotazioni
Bravo Tonno, dirà qualcuno di voi, lo sapevo che ci saresti arrivato... chi disprezza compra. Io però le mie ragioni per disprezzare il Toscano le avevo, eccome se le avevo. Tutte erano più o meno riconducibili al comun denominatore della forza della fumata. Niente niente che non hai lo stomaco pieno, il Toscano ti ammazza e pure a stomaco pieno passa senza tante smancerie e ti fa girare la testa: eventi che ho avuto modo di verificare ampiamente. Però molto dipende da come si fuma lo "storto", perché a leggere alcune voci sul web il Toscano si fuma solo e rigorosamente alla maremmana, cioè intero, altrimenti non stai più fumando un sigaro.
A suo tempo ero rimasto alquanto colpito dalla perentorietà di simili affermazioni e, nella mia inesperienza più totale, avevo cercato di adeguarmici: una causa persa, che mi è costata molte pastiglie di Anacidol e più di qualche attacco di nausea. Poi, improvvisamente, mi è sovvenuto che oltre alle voci puriste, fautrici del fumo "integrale" del Toscano, se ne sentivano molte altre che dicevano che il Toscano si può fumare si alla maremmana, ma forse si apprezza meglio ammezzato così non picchia sullo stomaco. No, tuonavano altri, il Toscano ammezzato è più forte del maremmano. Ma come fa, mi chiesi, un sigaro di otto centimetri ad essere più difficile da tollerare di un missile da sedici? E poi, perché mai un sigaro tagliato a metà dovrebbe soffrire di una sorta di peccato originale che lo rende indegno di fronte ai fratelli rimasti interi? Mi si è illuminata una lampadina e ho deciso di tagliare la testa al toro, o meglio, al Toscano.
Meno male che ho avuto questo lampo di genio e mi sono convinto a fumare qualche Toscano ammezzato, perché ho cominciato ad apprezzare un sigaro come il Classico (che non sarà il massimo dell'eleganza, ma ha una "fisionomia" che si impone senza ricorrere alla forza bruta e si fa apprezzare), a percepire la velleitarietà del Garibaldi (che sembra promettere fuoco e fiamme ma non è chissà che), a capire veramente perché dell'Antico si parla così bene.
Non solo, ma mi sono anche convinto che ad ammezzare i Toscani la mia dignità di fumatore certo non ne perdeva, a differenza di quanto si poteva dedurre leggendo gli assiomi dei pipaclub di pixel... ma poi, bisogna proprio postulare, in modo più o meno esplicito, una dignità del fumatore? Che bisogno c'è di ridursi ad inutili settarismi per cui chi non fuma come dico io non è degno di esistere? Non sono certo di quelli che dicono che la pipa (con i suoi parenti) è la metafora della pace, però, per quel poco che ne so, non è nemmeno quella dell'odio. E allora, perché farsi il sangue inutilmente amaro? Fumiamo in pace e sentiamoci liberi di seguire i percorsi che più ci piacciono, senza farci influenzare dalle mode che, qua e là, pochi dettano e molti ripetono passivamente. Forse ne guadagneremo in conoscenza, sicuramente ne guadagneremo in buon umore.
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domenica 27 giugno 2010
Thomas Bernhard: "Immanuel Kant"
Il 20 Ottobre si aprirà la stagione di prosa del teatro "Goldoni" di Venezia: ad inaugurarla, una rappresentazione di Immanuel Kant di Thomas Bernhard, per la regia di Alessandro Gassman. Un'ottima occasione per rimettere piede a teatro e per parlare di Bernhard che, come sapete, è uno degli autori che più mi stanno a cuore.Introducendo il postumo Meine Preise/I miei premi, avevo citato incidentalmente una piéce minore, Die Macht der Gewohnheit/La forza dell'abitudine, per esemplificare lo sguardo straniato e freddamente oggettivo che caratterizza l'intera parabola creativa bernhardiana. Immanuel Kant non si discosta da queste coordinate: notiamo una lingua ricca, che attinge con precisione chirurgica a molti campi semantici, facilmente riconoscibile per la frequente ripetizione di alcuni incisi che, come fossero dei Leitmotiv, conferiscono un senso di coesione ed unità alla materia letteraria.
Bernhard si serve di questo arsenale stilistico per dipingere un'umanità malata, corrotta, intrinsecamente condannata a ripetere infruttuosi schemi di comportamento dai quali non ha mezzi e voglia di uscire. Il risultato è un penetrante realismo psicologico, che nei romanzi si colloca sullo sfondo di una realtà storicamente e socialmente ben definita (l'Austria della seconda metà del novecento), mentre nel teatro si staglia su realtà irreali o quantomeno improbabili, comunque caratterizzate da un grottesco intimamente crudele, tragico ed incline al nichilismo.
Alla luce di queste considerazioni preliminari, diventa chiara la citazione che precede la piéce. Bernhard cita, non a caso, un altro sostenitore della "crudeltà" del teatro, Antonin Artaud: ...ciò non deve significare - dice Artaud - che nel teatro si debba rappresentare la vita. Detto fatto. Dimentichiamoci la rappresentazione stereotipa di un Kant figlio del settecento, perennemente isolato nella sua Königsberg: il Kant di Bernhard viene rappresentato a bordo di un transatlantico, mentre si reca negli USA per ricevere una laurea honoris causa e curare un glaucoma che gli oscura progressivamente la vista. A fargli compagnia, oltre alla moglie, al servitore Ernst Ludwig e ad alcune figure (una milionaria, un collezionista d'arte, un ammiraglio) che certo non si distinguono per lungimiranza ed amore per il prossimo, il pappagallo Friedrich, l'unica entità sulla scena di cui Kant sembra fidarsi ciecamente, dal momento che è l'unico che ne segue le contorte evoluzioni intellettuali.
Kant sfodera una disillusione a tutto campo e demolisce i possibili appigli dell'uomo contemporaneo (la piéce debuttò il 15 aprile del 1978. Caso vuole che fosse l'anniversario della prima di Kabale und Liebe di Schiller!). Il protagonista si confida con il pappagallo Friedrich, segno che degli esseri umani, qui impersonati dal mondo delle accademie, non si fida (perfetto! Fa il paio con le amare considerazioni sull'istruzione obbligatoria di Der Keller/La cantina e con il rifiuto della cultura/evento mondano in Meine Preise); definisce la natura la più grande artificiosità; pur condannando duramente il capitalismo americano, parla di Marx e Lenin al passato, definendoli rispettivamente un buono a nulla e un povero demente e proclamandosi a sua volta - in maniera roboante - socialista vero, reale. Conoscendo la vita di Bernhard, vicino al partito socialista austriaco dal quale poi si dissociò, si può azzardare che per bocca di Kant parli Bernhard stesso, che si premura di mettere in guardia dall'ancorarsi a saldi punti fermi, siano essi una cieca fiducia nella natura e nel progresso umano o nelle grandi utopie/Weltanschauungen del novecento; tanto meno, pare dire l'autore tramite le velleitarie professioni di fede politica di Kant, ha una qualche utilità aggrapparsi a "terze vie" di stampo socialista-socialdemocratico.
Insomma, Immanuel Kant può essere letto come una parabola nichilista fredda, essenziale nella lingua (ricordo l'assoluta assenza di segni di punteggiatura!) come nei dettagli della messinscena (scenografie scarne, indicazioni di regia limitate allo stretto indispensabile e comunque ascrivibili ad un'impressione generale di forte asetticità). Pur non avendo la forza di quello che a mio parere è il capolavoro del teatro di Bernhard, ovvero Der Ignorant und der Wahnsinnige/L'ignorante e il folle, Immanuel Kant è un lavoro che vale la pena di essere preso in considerazione. Peccato che sia difficile, se non impossibile, trovarne una traduzione italiana. Per fortuna che, a parziale riparazione, interviene la messinscena di Alessandro Gassman: date le premesse, credo che varrà il prezzo del biglietto.
Bernhard si serve di questo arsenale stilistico per dipingere un'umanità malata, corrotta, intrinsecamente condannata a ripetere infruttuosi schemi di comportamento dai quali non ha mezzi e voglia di uscire. Il risultato è un penetrante realismo psicologico, che nei romanzi si colloca sullo sfondo di una realtà storicamente e socialmente ben definita (l'Austria della seconda metà del novecento), mentre nel teatro si staglia su realtà irreali o quantomeno improbabili, comunque caratterizzate da un grottesco intimamente crudele, tragico ed incline al nichilismo.
Alla luce di queste considerazioni preliminari, diventa chiara la citazione che precede la piéce. Bernhard cita, non a caso, un altro sostenitore della "crudeltà" del teatro, Antonin Artaud: ...ciò non deve significare - dice Artaud - che nel teatro si debba rappresentare la vita. Detto fatto. Dimentichiamoci la rappresentazione stereotipa di un Kant figlio del settecento, perennemente isolato nella sua Königsberg: il Kant di Bernhard viene rappresentato a bordo di un transatlantico, mentre si reca negli USA per ricevere una laurea honoris causa e curare un glaucoma che gli oscura progressivamente la vista. A fargli compagnia, oltre alla moglie, al servitore Ernst Ludwig e ad alcune figure (una milionaria, un collezionista d'arte, un ammiraglio) che certo non si distinguono per lungimiranza ed amore per il prossimo, il pappagallo Friedrich, l'unica entità sulla scena di cui Kant sembra fidarsi ciecamente, dal momento che è l'unico che ne segue le contorte evoluzioni intellettuali.
Kant sfodera una disillusione a tutto campo e demolisce i possibili appigli dell'uomo contemporaneo (la piéce debuttò il 15 aprile del 1978. Caso vuole che fosse l'anniversario della prima di Kabale und Liebe di Schiller!). Il protagonista si confida con il pappagallo Friedrich, segno che degli esseri umani, qui impersonati dal mondo delle accademie, non si fida (perfetto! Fa il paio con le amare considerazioni sull'istruzione obbligatoria di Der Keller/La cantina e con il rifiuto della cultura/evento mondano in Meine Preise); definisce la natura la più grande artificiosità; pur condannando duramente il capitalismo americano, parla di Marx e Lenin al passato, definendoli rispettivamente un buono a nulla e un povero demente e proclamandosi a sua volta - in maniera roboante - socialista vero, reale. Conoscendo la vita di Bernhard, vicino al partito socialista austriaco dal quale poi si dissociò, si può azzardare che per bocca di Kant parli Bernhard stesso, che si premura di mettere in guardia dall'ancorarsi a saldi punti fermi, siano essi una cieca fiducia nella natura e nel progresso umano o nelle grandi utopie/Weltanschauungen del novecento; tanto meno, pare dire l'autore tramite le velleitarie professioni di fede politica di Kant, ha una qualche utilità aggrapparsi a "terze vie" di stampo socialista-socialdemocratico.
Insomma, Immanuel Kant può essere letto come una parabola nichilista fredda, essenziale nella lingua (ricordo l'assoluta assenza di segni di punteggiatura!) come nei dettagli della messinscena (scenografie scarne, indicazioni di regia limitate allo stretto indispensabile e comunque ascrivibili ad un'impressione generale di forte asetticità). Pur non avendo la forza di quello che a mio parere è il capolavoro del teatro di Bernhard, ovvero Der Ignorant und der Wahnsinnige/L'ignorante e il folle, Immanuel Kant è un lavoro che vale la pena di essere preso in considerazione. Peccato che sia difficile, se non impossibile, trovarne una traduzione italiana. Per fortuna che, a parziale riparazione, interviene la messinscena di Alessandro Gassman: date le premesse, credo che varrà il prezzo del biglietto.
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martedì 22 giugno 2010
Uno spot
Da buon appassionato di Gitanes Caporale senza filtro e da buon apprezzatore di Carosello e tivù dei bei tempi andati, vi giro un vecchio spot francese delle sigarette Gitanes. La pubblicità televisiva di cinquant'anni fa aveva ben altra eleganza rispetto a quella odierna!
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