mercoledì 12 maggio 2010

Un discorso di Friedrich Dürrenmatt: "Die Schweiz als Gefängnis"

Die Schweiz als Gefängnis/La Svizzera come prigione. Discorso tenuto da Dürrenmatt il 22 Novembre 1990, poco tempo prima della morte, per la consegna del premio "Gottlieb Duttweiler".


Prima parte


Seconda parte

domenica 9 maggio 2010

Il radiodramma tedesco: Ilse Aichinger, "Knöpfe"

Vi avevo anticipato che qualcosa bolliva in pentola e vi avevo detto che la germanistica sarebbe stata un ingrediente importante di ciò che sarebbe venuto fuori. Che però la mia passione per la cultura tedesca potesse cortocircuitare con quella per la radiofonia, lo ammetto io stesso, era cosa assai improbabile. Eppure, chissà perché, buona parte del fascino esercitato su di me da lavori come Biedermann und die Brandstifter di Frisch viene proprio da lì, dal magico mondo del radiodramma.
Quella del radiodramma è una realtà che in Italia è al giorno d'oggi poco conosciuta: fanno eccezione in questo senso le piéces radiofoniche trasmesse dalla retrò, e per questo pregevolissima, Rai del Friuli Venezia Giulia. Nel mondo culturale tedesco, al contrario, il radiodramma è un genere che gode di un certo seguito. Lo dimostrano non solo i palinsesti delle emittenti radiofoniche in lingua tedesca (Hessischer Rundfunk, Westdeutscher Rundfunk, la svizzera DRS 2 ed altre inseriscono regolarmente radiodrammi nella loro programmazione), ma anche l'esistenza di una community, www.hoerspielprojekt.de, in cui gli utenti scrivono ed interpretano radiodrammi che poi divengono liberamente scaricabili (se avete tempo e voglia, scaricate da questo sito lo spassosissimo Detektiv Dangerous).
Lungi dal voler scrivere una storia del radiodramma tedesco (cosa per la quale, lo ammetto chiaramente, mi mancano tempo e competenze), segnalerò a partire da questa settimana alcuni radiodrammi che, per un motivo o per un altro, mi sembrano interessanti da proporvi. I post relativi saranno catalogati nella sidebar con l'etichetta Radiodramma tedesco, oltre a quelle Radio, Germanistica e al paese di cui è originario l'autore.
Di chi vi parliamo oggi? Vi parliamo dell'austriaca Ilse Aichinger. Questo nome potrà dirvi poco, però c'è da dire che la Aichinger fa parte dei più quotati autori austriaci del dopoguerra: lontana dalla continuità e dalla prolificità del più noto Thomas Bernhard, la nostra autrice ha fatto parte del famoso Gruppo 47, che la premiò nel 1952; da segnalare che all'interno del medesimo gruppo la Aichinger conobbe scrittore e autore di radiodrammi Günter Eich. I due si sposarono nel 1953: il matrimonio finì nel 1972 con la morte di Eich.
La Aichinger, dicevamo, ebbe modo di cimentarsi con la scrittura di radiodrammi: ne ricordiamo oggi uno del 1953, intitolato Knöpfe/Bottoni. Ne riassumiamo brevemente il plot.
Nonostante si attraversi un periodo di disoccupazione, Ann, la protagonista, trova lavoro in una fabbrica di bottoni. Si tratta di bottoni di insolita qualità, che portano nomi umani e vengono venduti a caro prezzo. La fabbrica di bottoni, un ambiente in cui le impiegate amano il proprio monotono lavoro, è uno scenario inquietante: Ann viene infatti turbata da un rumore misterioso che si sente dietro le pareti.
Senonché, cosa succede? Un giorno una lavoratrice non viene più al lavoro e, subito dopo, compare un nuovo bottone...
Nella miglior tradizione del Tonno che fuma non accenno oltre. Lascio a voi lettori la possibilità di ascoltare l'intero radiodramma nella versione prodotta da DRS 2 nel 1974 (questo è il link).
Come inquadrare Knöpfe? A che corrente ascriverlo? Non direi Vergangenheitsbewältigung, ovvero quella parte della scena culturale tedesca che si interrogava sulle atrocità del nazismo e della guerra: difficile trovarne traccia in questo radiodramma, anche perché sarei portato a vedere il radiodramma più come genere di evasione che come veicolo di riflessioni e considerazioni profonde (sebbene gli esempi di questo segno, come i lavori di Helmut Heisenbüttel, non manchino). Realismo? No, non direi. Parlerei piuttosto di "realismo magico": l'atmosfera che si respira lungo tutto il radiodramma è strana, avvolta da un alone di mistero che nella versione di DRS 2 è ben sottolineata dall'inquietante rumore (sembra quasi il sonoro di un ufo!) che si sente in molti momenti della rappresentazione (che, per via delle indicazioni della scrittrice, è difficile immaginare durante la lettura della sceneggiatura come un continuum, un bordone che accompagna continuamente gli avvenimenti).
Bello, questo radiodramma. E pensare che la Aichinger è stata, dopo Wolfgang Borchert, il secondo autore che ho incontrato nel mio percorso universitario: a suo tempo non riuscivo a cogliere la bellezza della sua scrittura e mi limitavo a tradurre letteralmente un suo breve racconto, scritto, se non ricordo male, nel 1947. Non che ora traduca meglio, intendiamoci, ma ho un po' di esperienza in più, quel tanto che basta per accedere in modo abbastanza agevole a risorse bibliografiche interamente in lingua. Tanto basta a rendersi conto della bellezza, o quantomeno dell'interesse che può suscitare un prodotto letterario. Per fortuna che è così, visto che la produzione della Aichinger, a quanto mi risulta, non è disponibile in traduzione sul mercato italiano. Un vero peccato. Io stesso mi ero procurato per puro caso il testo di Knöpfe vicendo un'asta su Ebay e facendomi spedire dalla Germania un volumetto usato della casa editrice Fischer, proprio quello che avete visto nella foto all'inizio del post. Più vado avanti e più mi convinco che quell'asta Ebay, a cui ho partecipato più per noia che per altro e che ho vinto per caso, in realtà è stata un'occasione preziosa per accedere a generi letterari di cui sapevo a malapena l'esistenza e di cui non sospettavo minimamente le potenzialità.
Spero di avervi lanciato qualche spunto. La serie continuerà: se nel frattempo avete qualche critica o suggerimento, oppure volete iscrivervi alla newsletter del Tonno che fuma, potete scrivermi una mail all'indirizzo che da oggi è visibile nel frame laterale.
Una notte serena a tutti!

venerdì 7 maggio 2010

Qualcosa bolle in pentola

Il presente avviso solo per informarvi che a breve uscirà sul Tonno che fuma uno speciale imprevedibile e - spero - gustoso per voi lettori.
Non anticipo nulla, se non che questo speciale unirà due argomenti importanti di questo blog: uno è la germanistica, e l'altro... beh, vi ho già detto abbastanza! :D
Non cambiate canale, ne leggerete delle belle!

domenica 2 maggio 2010

Radio tedesche: qualche link

Post velocissimo per segnalare alcune radio tedesche che trasmettono in streaming. I palinsesti sono veramente di alto livello: 24 ore al giorno di notizie, documentari, concerti e... radiodrammi! :) Ma lasciamo parlare i link che è meglio.

Hessischer Rundfunk - Hr2 Kultur: http://www.hr-online.de/website/radio/hr2/index.jsp
Radiobremen - Nordwestradio: http://www.radiobremen.de/nordwestradio/
WDR - Westdeutscher Rundfunk: http://www.wdr.de/radio/home/jetzt_im_radio/index.phtml

Palinsesti:
Hr2 Kultur: http://www.hr-online.de/website/radio/hr2/programm3758.jsp?rubrik=3758
Nordwestradio: http://www.radiobremen.de/nordwestradio/programm/index.html

giovedì 29 aprile 2010

Fulvio Tomizza - "Materada"

Parlando di Radio Capodistria e della RAI del Friuli ho avuto modo di accennarvi come spesso la mia attenzione vada al Friuli e a quella zona dove, con poco più di un'ora di macchina, sei in Slovenia o in Austria.
Ebbene, le lunghe ore di ascolti radiofonici non potevano non lasciare un segno sulle mie letture. E' così che ho deciso di leggere qualcosa di Fulvio Tomizza (1935-1999), scrittore istriano stabilitosi in Italia, attivo come giornalista e patrocinatore del progetto di Radio Capodistria: ho puntato sulla sua opera prima, Materada, un breve romanzo del 1960.
Vi confesso che a prima vista non era stato amore. La colpa non era tanto di Tomizza o del libro, quanto del fatto che avevo preso il libro per caso. Soffrivo da un paio di settimane di un fastidioso mal di denti (e annesso mal d'orecchi) e, infastidito da giorni di sopportazione - è il caso di dirlo! - a denti stretti, sono andato dal dentista. Che ovviamente ha deciso di passare col trapano senza anestesia.
Dolore, fischi all'orecchio, giramento di palle e di testa. Sempre il caso voleva che vicino allo studio del dentista si trovasse una grande libreria: niente di meglio per distrarsi dal fastidio di immergermi tra i libri, si sa mai che capitasse qualche libro gustoso.
E' così che ho deciso di prendere una copia di Materada, attratto da un nome, quello di Tomizza, che avevo sentito molte volte nelle mie peregrinazioni nel mare delle onde medie. Senonché ho cominciato a leggere proprio per distrarmi dal fastidio. Era inevitabile che la lettura e il dolore si sovrapponessero, non facendomi godere le prime venti/trenta pagine e facendomi credere di trovarmi davanti ad un libro che non valeva la pena. Madonna, che maledettamente diretto che è sto libro, ho pensato, mentre il libro finiva sullo scaffale.
Qualche settimana dopo, lasciati alle spalle stress e mal di denti e con la voglia di uscire dal recinto germanistico, tiro fuori Materada e riprendo la lettura da dove avevo interrotto. Effettivamente la prosa di Tomizza è nuda, priva di qualsiasi genere di retorica, cruda, però si adatta bene al contenuto del romanzo.
Siamo nel 1954 e siamo in pieno dopoguerra; l'Italia è ancora incerta sui suoi confini, quando arriva il Memorandum di Londra: Istria divisa in due zone, la A, quella con Trieste e destinata all'Italia, e la B, destinata alla Jugoslavia. Gli abitanti si domandano se convenga rimanere in Jugoslavia o passare all'Italia. Questo pressante interrogativo non risparmia il piccolo paese di Materada e il protagonista del romanzo, Francesco Coslovic, diviso tra l'amore per la propria terra e la prospettiva di rimanervi rischiando la miseria per la mancanza di una piccola proprietà terriera da lavorare.
Non anticipo oltre, non sarebbe giusto. Questo accenno al "plot" del libro serve però a capire che la prosa nuda di cui parlavo qualche riga fa ben si adatta a questo scenario misero e desolante. Tomizza non fa sconti: il ricordo del proprio vissuto da parte del protagonista non diventa occasione di mitizzazione del passato o di lirica nostalgia, ma al contrario è fredda rievocazione/registrazione di un periodo che può essere tutto tranne che vagheggiato.
Materada è un libro forte, estremamente amaro, ma proprio qui sta la sua bellezza. Angosciante nella sua trasparenza, Materada è una lezione di antropologia, in cui siamo messi prepotentemente davanti all'intrinseca ferocia e all'opportunismo dell'uomo, e di storia, una storia recente verso la quale la nostra generazione pare non aver alcun interesse. Ed è un peccato, perché scopriremmo con stupore che l'Italia come la conosciamo è, in fin dei conti, un paese tutt'altro che vecchio.